Chiediamo la grazia per il reduce Remo Remotti

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(primo e unico articolo scritto per Orwell,  l’inserto culturale di Pubblico)

Il filosofo Sergio Citti non c’è più, Franco l’Accattone se la passa male, Califano sorride alla vecchiaia impietosa. Victor Cavallo se n’è andato dodici anni fa. Dura la vita per gli eccentrici, i marginali, i reucci della capitale. Solo il dandy Valentino Zeichen resiste nella sua casa di Borghetto Flaminio. Ci sarebbe poi anche Remo Remotti, pittore, attore, urlatore, nevrotico patentato. Iacobelli ripubblica la sua biografia, la più celebre, uno dei tanti tentativi del “matto di successo” di fare un bilancio esistenziale. L’edizione del 1984 di “Ho rubato la marmellata” (256 pgg., 16 euro) porta in dedica a una tale Francesca il numero di casa dell’autore e la sua più totale disponibilità a ricevere la chiamata “qualsiasi ora, per te”.

Sull’amore Remotti è sempre stato disponibile, da conquistatore e a dar consigli per gli altri, persino a insegnare tecniche di seduzione a un goffo e serioso Nanni Moretti. In “Bianca” Remotti si avvicinava a una signora di mezza età seduta su una panchina di Villa Borghese chiedendo che ore fossero perché l’orologio di Remotti era automatico e iniziava a perdere colpi. Sono passati più di trent’anni e quell’orologio di seduzione ora gira a vuoto. “Mi interessa solo la sorca” ha urlato Remotti in una rumorosa intervista a Malcom Pagani, ma non c’è provocazione. È una vita che Remotti straparla come un pentito, quella confessione è un suo marchio di fabbrica. Maniaco sessuale? “Io sono uno sportivo, non devo mai stare fermo. Da giovane ho fatto canottaggio e rugby, non bevo, non fumo e mi butto solo sul lavoro e sulle donne”. Una figlia l’ha fatta a 65 anni, ora ne ha ottantotto, ha la biologia contro ma di fare il nonno non ha nessuna intenzione.

Remotti è un monumento di se stesso, ridotto a fare serate, a urlare e declamare poesie per due spicci nelle vinerie, Nessuno lo ferma. Il pudore della distanza non esiste, si accetta qualsiasi cosa da Remotti che come una fontana rotta non sa contenersi. Roma è spietata nella sua indifferenza, per le rovine c’è sempre posto. Forse è il contrappasso per aver scritto un inno alla fuga da Roma “Mamma Roma addio” (una delle pagine più belle della sua biografia poi diventata canzone radiofonica), una toponomastica sapiente e stratificata (chi saprebbe oggi rifarla?) da cui prendere le distanze. Il matto Remotti, il figlio di borghesi che andava al circolo Canottieri, aveva in testa tutta la Roma degli anni Cinquanta, era un cantore integrale, non come oggi che la città è esplosa e sopravvivono solo i narratori a tema o a quartieri, lasciando in ombra intere zone. Eppure in quel frullato di una Roma “puttanona, impiegatizia, borghese, fascistona e accattona” Remotti ci è rimasto (da antologia il colloquio per un lavoro alla Olivetti davanti a un giovane Furio Colombo) anziché andar via per sempre, lui che ci arrivò da bambino, nato da famiglia borghese ad Alessandria d’Egitto.

C’è stato un tempo invece in cui quell’orologio automatico di “Bianca” funzionava e batteva un suo tempo logico, sicuramente già matto e picaresco ma anche chiaro e fluido, ed è quello che restituisce la biografia: matrimoni, viaggi, lavori, passioni, ricoveri, ossessioni, donne, amici. Chissà chi avrà voglia oggi di leggere la biografia di un autentico Bukowski italiano (il Buk di “Post Office” e “Factotum”). Chissà se dopo tanto sparlare a salve in giro per serate e interviste, troverà lettori l’autobiografia illetterata, come la chiamava Alfredo Giuliani, e selvaggia di Remo Remotti. “Ho rubato la marmellata” può essere considerata anche una versione europea e nevrotica di Forrest Gump, perché Remotti ha girato il mondo e conosciuto molte persone, coltivando una doppia vita, oscillando tra quella classica lavoro e studio e quella borderline tra lucidità e pazzia.

È nato subito reduce, dei suoi amici persi tra RSI e Cefalonia. Trovò lavoro giovanissimo con gli americani, all’ufficio dei cimiteri dei soldati morti in Italia. Poi la canonica laurea in giurisprudenza e quindi le fughe in varie direzioni. Pittore a trent’anni, attore a cinquant’anni, autodidatta da sempre, Remotti ha vissuto in Perù sette anni dove fondò una compagnia di taxi, tre a Berlino dove finì in un ospedale psichiatrico dirimpettaio di Rudolf Hess, poi ancora a Milano a lavorare per una ditta farmaceutica e dove ha avuto inizio la sua carriera di pittore e artista con Fontana, Burri, Castellani, Manzoni. Il teatro e poi il cinema lo hanno distolto dalla pittura grazie alla quale viveva, amplificando il personaggio. Sposato due volte con due grandi amori, ricoverato tre volte in cliniche psichiatriche. Ora lo si può incontrare per Roma con un cappello rosso in testa e indosso magliette con battute da caserma. È diventato un reduce di se stesso. Questa biografia arriva a dargli la grazia.

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