Scacco al re Provenzano. Una storia di rivincita che sarebbe piaciuta all’Hbo

(articolo uscito sul Riformista il 10 luglio 2008)

Uno spettacolo allucinante! Arriva alla questura di Palermo il camioncino su cui sta il boss mafioso Giovanni Brusca e sembra di essere a Città del Messico la sera che vi entrò Pancho Villa, centinaia di poliziotti con il passamontagna nero calato che alzano in segno di vittoria terrificanti fucili automatici, agitano palette, si sporgono fino alla vita dal finestrino, salgono sul tetto delle auto“. Tra quei volti coperti del 1996, raccontati dalla parole stupite di Giorgio Bocca, c’è il nucleo centrale degli uomini della squadra mobile di Palermo che dieci anni dopo avrebbero catturato Bernardo Provenzano. Una strana meraviglia: come se l’unico sentimento a disposizione del cronista fosse quello dell’indignazione, degli editoriali del pugno nello stomaco, e il rovescio vittorioso della medaglia, un successo, non fosse possibile e ancora meno, raccontabile. A cominciare dai suoi protagonisti, come se quei volti coperti e i fucili automatici rivelassero una lontananza dal modo di denunciare la questione, e ancora di più, lo stato d’emergenza delle cose: con qualsiasi arresto non si approda a una improvvisa normalità ma a una conquista parziale di un territorio infido, in un Sistema dove lo stato non c’è e non deve esistere, dove materialmente qualsiasi tipo di indagine è proibitiva.

L’allucinazione di Bocca si ripete nelle immagini di Scacco al re”, un documentario eccezionale corredato da un libro (Einaudi), realizzato da Claudio Canepari, Piergiorgio Di Cara e Salvo Palazzolo che ripercorre gli ultimi trentanove giorni della caccia a Bernardo Provenzano. Un montaggio serrato di video della polizia, inediti e originali, di intercettazioni ambientali e telefoniche che si alternano ad immagini girate appositamente, fino agli appostamenti e alle immagini della cattura da parte del gruppo Duomo sulla Montagna dei Cavalli.

Il documentario si apre con la rabbia dei palermitani contro Scalfaro e persino Fini durante i funerali di Falcone e Borsellino, “Presidente, i morti sono qui, fate schifo!” e si chiude con altri palermitani che urlano “bastardo” a Provenzano appena arrestato. Quest’ultime sono urla che rompono la dittatura del silenzio voluta da Provenzano, che tornò alla tradizione di Cosa Nostra interrotta dalla stagione delle stragi di Riina. Sono urla della stessa materia di quei passamontagna dagli occhi sbarrati. Scacco al re ricuce per una volta la frattura tra l’indignazione e la soddisfazione di un’impresa. E’ stato possibile catturare un capo nel pieno esercizio delle sue funzioni, nella sua terra, l’11 aprile 2006, in un casolare nelle campagne di Corleone, dove il boss riceveva i pizzini, quel sistema di poste e comunicazioni come dice Piero Grasso, procuratore nazionale antimafia, di decisioni ponderate e consenso sociale elargito al popolo, che venne scompaginato nel 2005, operazione Grande Mandamento (a cui si sottrasse il boss mafioso Andrea Panno di cui è appena stato reso noto l’arresto dell’FBI avvenuto a metà giugno). Salendo a piedi una collina nella terra di nessuno (che stia dalla tua parte) si è dato scacco al re.  

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