John Barth? «Un maestro, meglio dei Beat». I libri somigliano agli orologi Swatch

Postmoderno. In Italia l’autore de “L’opera galleggiante”. Fu il simbolo della reazione letteraria all’America vitalista di Hemingway. “Avanti con le storie!”, nonostante lo sfinimento dell’arte. «Unici e sperimentali più di Kerouac»

Con tutti questi maestri chissà dove li metteranno i banchi» si chiedeva un Woody Allen assediato dalla mondanità accademica di un party newyorchese in Io e Annie. Ma per lo scrittore americano John Barth, è lecito fare un’eccezione, soprattutto perchè l’ottantenne schivo autore de L’opera galleggiante e La fine della strada (usciti nel ’56 e nel 58, entrambi editi da Minimum Fax che con Barth inaugurò anni fa la collana Classics) è passato eccezionalmente da Roma, e incontrare (in una conferenza organizzata dall’editore) uno dei maestri del tanto citato postmoderno americano è stato un evento.

Coincidenza, arriva in libreria la prima antologia dei suoi racconti Una vita è un’altra storia e in una nuova edizione arricchita da un saggio inedito dell’autore, proprio The floating boat, il romanzo d’esordio tra spirito nichilista e humour nero con un protagonista che racconta al lettore gli sviluppi di una giornata di vent’anni prima, quando aveva meditato e deciso il suicidio. La morte: un fantasma che ha sottilmente accompagnato lo scrittore, non attraverso eventi tragici ma tra le sue carte, dentro una vita piatta e anonima, passata a insegnare nel Maryland e a mettere su famiglia: a trent’anni aveva già tre figli.

Chi è John Barth? Non appartiene al filone della narrativa ebraica ma a quella anglosassone. I suoi libri sono sperimentali, lucidi, grotteschi, contengono architetture ricercate, deviazioni metanarrative, parodie e rimandi letterari. Ma Barth precisa: «Non credo che la scrittura sia uno sfoggio di trucchetti tecnici. Sono un ammiratore del jazz, dove la tecnica conta molto ma ad essere fondamentale è la passione. Una volta Barthelme, ospite a una mia lezione, disse agli studenti che non importa cosa scrivi e qual è il tema, l’importante è che ti colpisca allo stomaco. Come per il jazz. Non si tratta di tirare fuori conigli dal cappello, ma bisognerebbe tirare fuori un pavone».

Un uomo che rotola mostra tutte le sue facce. E non è detto che alla fine si sia mosso di un centimetro. È stata questa la poderosa reazione anni ‘50 all’egemonia del vitalismo di Hemingway e dei suoi epigoni. Reazione di cui Barth, dal suo lato ludico-sperimentale, è stato uno dei protagonisti. Hemingway diceva che bisognava scrivere solo quello che si conosceva. Con Barth arrivarono gli scrittori che conoscevano solo la scrittura.«È vero – racconta al Riformista Claudio Gorlier, studioso e traduttore di Barth -, con loro avviene la riscoperta di una grande costante americana, che include anche Melville: una sorta di neo-surrealismo unito al rifiuto di una rappresentazione realistica immediata. Lontani da Flaubert e Tolstoj, la grande tradizione americana rifiuta il concetto di storia e storicismo. Finita la storia finito anche il personaggio. Il romanzo che divora sé stesso. Come per Purdy, è giusto riscoprire Barth. La fine della strada è un piccolo capolavoro».

Barth è stato anche il primo grande scrittore che insegnò in una scuola di creative writing. «Fondamentale che fosse uno scrittore. Barth e soci non hanno fatto epoca, perché il loro sperimentalismo ricadeva su se stesso con un rifiuto deliberato di compiacere il pubblico. Ma hanno lasciato il segno e rimescolato le acque, fissato dei canoni narrativi, ripossedendo qualcosa di profondo della tradizione. Sono stati unici, con loro la letteratura non è stata più la stessa». Più dei Beat? «Sì, più determinanti dei beat, i veri sperimentali sono loro. Hanno rifiutato il senso della moda. La loro lezione antistorica arriva oggi a Pynchon, DeLillo, Franzen».

Luca Briasco e Mattia Carratello, editor Einaudi e Neri pozza hanno chiesto a Barth quali fossero oggi le sue letture: «I tre Jonathan: Lethem, Franzen, Safran Foer. E poi Wallace, Infinite Jest mi è piaciuto molto, Zadie Smith, Richard Powers. Ma non mi va di essere considerato un predecessore, nel bene e nel male».

Cosa ne pensa delle forme ibride, romanzo-non fiction, come Gomorra?: «Personalmente preferisco la narrativa frutto di fantasia al 100%. Ma la distinzione tra fiction e realtà è importante, e quindi capisco che venga voglia di giocarci. Sono semplicemente curioso di vedere cosa ne esce. Le etichette non sono reali (il Rinascimento non è nato alle 14 di quel tale lunedì) ma ci aiutano a organizzare il pensiero e soprattutto aiutano gli artisti a infrangerle, mischiarle, sperimentare cose nuove, creare qualcosa di tecnicamente splendido, capace di darti un pugno in faccia. La vita è un’altra storia».

«Quella di Barth – racconta Simone Barillari editor e americanista – si scontrò con il vuoto di estenuazione a cui negli anni 50 erano arrivate le arti. Barth e altri tentarono di esorcizzare la morte con il dominio del mondo attraverso gli strumenti da scrittori, disprezzando però l’idea romantica della ispirazione. Todd, il protagonista, medita il suicidio in tutto il libro, ma Barth dice supplicando, “Avanti con la storia!”».

“La letteratura dello sfinimento” è il titolo di un saggio di Barth che reagisce a Finzioni di Borges. «Per Barth la letteratura è esaurita, si può fare ancora il libro solo con l’esposizione della sua fine, per non rischiare l’indicibilità. All’epoca fu una lezione, ma la reazione di Barth e Barthelme è una costante ciclica, tra faboulist e realism, massimalismo contro minimalismo, che ha coinvolto via via Gaddis, Carver, Ellis, McInerney, e poi Wallace, Moody, Colson Whitehead, Eggers. Barth l’ha raccontata ne La casa dell’allegria, uno dei racconti più antologizzati: il modo di trasformare la letteratura in un lunapark è di metterci dentro la letteratura». Mostrare l’intonaco e l’impalcatura? «Come gli orologi Swatch. Lo diceva già Twain: non si può più essere inconsapevoli. Se il narratore antico è un saggio, quello postmoderno è un esperto».

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