Dissonanze 2010. La rivincita del suono sul cemento di Piacentini

Il Palazzo dei Congressi di Adalberto Libera, che nel gioco simmetrico voluto da Piacentini è all’opposto del metafisico Palazzo della Civiltà e del Lavoro, ospiterà per due giorni Dissonanze, il festival internazionale di musica elettronica, unico nel panorama italiano. Suoni provenienti da Berlino e Londra, echi di Detroit e Chicago, ma lo special guest dell’evento resta l’Eur con le sue luminose declinazioni: rigore, purezza, armonia ed equilibrio.

In una città in cui il piano regolatore è sempre stato un’utopia interrotta, è paradossale che per un luogo sopravvissuto a se stesso come l’Eur, il quartiere che attraverso l’Esposizione Universale del ’42 doveva rappresentare il segno permanente della più importante scelta urbanistica di Roma moderna, la parola futuro risulti come una piacevole condanna. Cresciuti a suon di parole d’ordine innovative come decentramento (il piano prevedeva che l’Eur fosse il cuore di un grande futuro quartiere cittadino “con possibilità praticamente illimitate di sviluppo verso il mare”) e dislocazione (con i 250 ettari dei terreni delle Tre Fontane l’E42 scelse “il deserto, deserto di uomini, di case e di leggi; lì il 28 aprile del 1937 Mussolini piantò il primo pino”) ed impregnati di granitica certezza (progettati per festeggiare il ventesimo anniversario della rivoluzione fascista), quegli stessi edifici magniloquenti e lineari troveranno in Dissonanze di nuovo un centro da cui irradiare le proprie ragioni, un centro che però sembra rovesciarle completamente.

Il filosofo di Francoforte Adorno intitolò “Dissonanze” una sua raccolta di saggi incentrati sulla musica moderna: di fronte alla musica standardizzata e divenuta oggetto restava la ricerca della “dissonanza, che non ammette di credere all’inganno dell’armonia costituita”. Nel frattempo con l’elettronica è avvenuta la definitiva smaterializzazione della musica che si è ridotta a file, atomizzata per poi essere rielaborata e rimessa in circolo, costretta a maggior ragione a disobbedire alla tentazione della ripetizione. L’Eur invece nacque nello stesso giorno in cui si cominciò a demolire una diversa idea di città, simboleggiata dalle strette viuzze di Borgo. A guardare le foto dei lavori, l’Eur sembra uno di quei campi di grano con gli anelli sorti di notte. Quello era il suo destino: affascinare e rimanere con le sue linee, fungendo da nuovo centro. Stabilità dunque, e armonia.

“Ho amato questa musica per il suo iperrealismo, e perché descriveva il mondo come lo vedevo: distorto, insonne, denso, ossessivo e romantico” confessa Marco Mancassola in “Last Love Parade – Storia della cultura dance, della musica elettronica e dei miei anni – ed è Dissonanze la parola che riassume queste coordinate e che proverà a sovvertire le gerarchie implicite nella struttura del Palazzo, terminato nel ’54, non senza compromessi, primo fra tutti quello tra il razionalismo e il monumentalismo di Piacentini, e capace – come da iperbole fascista – di contenere tutto il Pantheon. Per una coincidenza, nel “Disprezzo” che Godard volle girare nella villa di Malaparte a Capri, realizzata proprio da Libera, sulla rossa terrazza inerpicata sugli scogli, a dibattersi tra purezza del cinema e compromesso dello show biz era Fritz Lang, l’autore del modernissimo e visionario Metropolis, la città del futuro.

A distanza di 50 anni, chi avrà la meglio tra l’autorità geometrica della terrazza del Palazzo dei Congressi e un suono irriverente che non è più sinfonico? Sarà il suono a definire lo spazio o lo spazio del concerto a definire il suono? Quali le carte a disposizione? Da una parte i pesi e le misure di un’autorità che voleva essere tale, teatro delle possibilità del fascismo, dall’altra la particolare ergonomia del pubblico, giocata sulla dissipazione, tra iterazione e fluidità, densità e rarefazione: all’illegalità acquisita degli additivi fa da contraltare l’autarchia (niente ferro) dei materiali economici rivestiti di pietra.

Si chiedeva poi il filosofo: “L’esecuzione musicale oggi impostasi, perfetta e senza macchia, conserva l’opera al prezzo di reificarla definitivamente. A che serve tanto dispendio di forza, quando ormai la materia nella quale la forza dovrebbe mettersi alla prova è già ridotta in polvere?”. Ecco allora che allo sforzo sovraumano di riuscire a gestire perfette memorie digitali portatili e hd sempre accesi a riprodurre file, si impone la necessità del raduno, dell’esecuzione impura, della dissonanza. E’ la rivincita su Piacentini, sulle sue “tonnellate e tonnellate, metri cubi e metri cubi”.

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