Sanremo è magica, anzi stupefacente

Eccessi da Festival. La cocaina la portò il cantautore Fanigliulo nel ’79, ma solo nei testi: censurato. Benigni baciò Olimpia per 45 secondi in eurovisione. Claudio Villa denunciò tutti in tribunale, Cavallo Pazzo gridò alla truffa, Pino Pagano disse di aver inscenato un finto suicidio, la Bertè cantò col pancione. Un carrozzone per cui Antonio Ricci ha nostalgia. Era l’era pre-Jalisse, «con facce fedeli più a San Vittore».

“Guglielmo ha un reggipetto che se lo mette spesso / nel cuore della notte come se fosse adesso / Adesso che Gesù ha un clan di menestrelli / che parte dai blue jeans e arriva a Zeffirelli / e tu mi vieni a dire che adesso vuoi morire per amore…/ Ho un nano nel cervello un ictus celebrale / Foglie di cocaina voglio sentirmi uguale / Uguale a un gatto rosa per essere sporcato / E raccontare a tutti che sono immacolato / E tu mi vieni a dire che adesso vuoi morire per amore e…». A Sanremo c’è chi la cocaina l’aveva portata davvero, e col sorriso, senza sensi di colpa. Almeno così nei testi. Era il 1979 e Franco Fanigliulo cantava “A me mi piace vivere alla grande”. Al festival di Gianni Ravera Fanigliulo lo portava la Caselli con la sua piccola etichetta ”Ascolto”, ma quelle «foglie di cocaina» il presentatore Mike Bongiorno non le ascoltò mai. Perché l’ironica e dissacrante canzone firmata a quattro mani (Fanigliulo, Borghetti, Pace, Avogadro) venne censurata, e le foglie divennero più innocui «bagni di candeggina». Lo ricordava tempo fa Mario Luzzatto Fegiz: «Ascoltai questa canzone e mi resi conto di una cosa, che rispetto al testo che avevo ascoltato e a quello che era pubblicato su “Sorrisi e Canzoni”, il testo della canzone in onda alle prove era diverso». Fanigliulo, stile alla Rino Gaetano, non ebbe fortuna, morì anche giovane. Arrivò a collaborare con Zucchero, Vasco Rossi, Mogol e Battisti.

Stupefacente a Sanremo è un po’ tutto, da sempre, «torbido ed effervescente – sostiene Antonio Ricci – almeno fino alla vittoria dei Jalisse» come racconta nell’introduzione al libro appena uscito “Vox Populi” (Excelsior 1881) di Gigi Vesigna storico direttore di “Sorrisi e canzoni”. Ricci immagina che l’insospettabile vittoria dello sconosciuto duo romano nel 1997, Fabio Ricci e Alessandra Drusian con “Fiumi di Parole”, divida in due la storia della kermesse: ante e post Jalisse.
Una prima parte da carrozzone ingordo e verace: «Nelle prime file c’era sempre un campionario di facce patibolari, individui che con evidenza più che a Sanremo erano fedeli devoti di San Vittore. Si parlava di tangenti, assegni, mazzette, il marchese Gerini sventolava le fotocopie degli assegnati versati dagli organizzatori ai politici, si ipotizzava la spartizione democristiana: ai forlaniani lo spettacolo, ai demitiani l’informazione. Si aggiravano critici musicali collusi, discografici onniscienti, artisti che se la tiravano, impresari bulimici, masse di giornalisti inviati che avrebbero potuto rivoltare l’Italia come un calzino impegnati per una settimana di vacanza. Vincere era importantissimo, si vendevano i dischi e partivano le tournée per tutta Italia, feste patronali comprese. “Striscia” nel marzo 1990 fece il suo primo scoop, rivelò i nomi dei primi tre classificati: al primo posto i Pooh, al secondo Toto Cotugno, al terzo la coppia Minghi – Mietta. Il fatto che “Striscia” agli inizi, non venisse presa in nessuna considerazione favorì la rivelazione: nessuno della Rai e dell’organizzazione guardò la prima edizione di ”Striscia” delle 21. Se ne accorsero solo nella replica notturna, troppo tardi.  Fu un evento clamoroso».
E una evoluzione che ha il sapore della ricreazione finita: «Il Sanremo dopo i Jalisse non fu più lo stesso. Inspiegabilmente e in maniera per me del tutto ingiusta, i vincitori di quell’anno invece di essere lanciati in un radioso futuro, evaporarono. Da allora vincere Sanremo non fu più importante. Dopo due mesi il vincitore viene matematicamente dimenticato. La manifestazione si è trasformata da gara canora a trasmissione televisiva».

Come una festività ingombrante e inutile Sanremo è da sempre bisfrattato. Eppure in tanti se non tutti sono passati di lì. «Celentano, Mina, Paoli, Jannacci, Gaber, se non hanno cantato direttamente l’hanno fatto da gregari – racconta al “Riformista” Federico Gennaccari autore con Massimo Maffei di “Sanremo è Sanremo. I retroscena del festival dal 1951 al 2007” (Curcio editore) – De Gregori scrisse “Mariù” per Morandi, Battiato ha vinto con “Per Elisa”. Insomma, anche gli autori considerati di alto livello. Il vituperato Baudo ha portato Bocelli, Britti, Giorgia, Irene Grandi, Pausini». Anche i beati ultimi come Zucchero e Vasco hanno calcato Sanremo.

C’è chi però della magia di Sanremo ne ha fatto una dipendenza come Claudio Villa, che il palco dell’Ariston lo portò in tribunale, lui che con Domenico Modugno vantava il record di vittorie al Festival: nel 1955, con “Buongiorno tristezza”, nel 1957 con “Corde della mia chitarra”, nel 1962 con “Addio… addio” e 1967 con “Non pensare a me”. «Il reuccio di Trastevere fece una serie di guerre a Sanremo, da quando la notorietà non gli garantiva più quel palcoscenico nazionale. Un anno si presentò addirittura tra i giovani, per provocare, cantando “Facciamo la pace”- racconta Marcello Giannotti che per Gremese ha curato una Enciclopedia sanremese – Disse che il festival era pieno di forze occulte, che c’erano votazioni truccate. Fece un esposto al pretore e mentre si svolgeva il festival del 1982 chiese di sospenderlo e di acquisire i verbali delle giurie. Nel corridoio della pretura si insultò furiosamente con il patron Ravera, Villa addirittura spaccò un tavolo con un pugno».

Come andò a finire? «Tentarono un compromesso, ma poi Ravera per dimostrare che non c’erano trucchi, si impegnò a far cantare per sorteggio due cantanti esclusi. Negli anni successivi, Villa si candidò a farlo lui. Del resto lo aveva fatto l’anno prima il controfestival, con una conferenza stampa a Roma ricevendo i giornalisti in tuta azzurra e stivaletti di cuoio. Annunciò un concerto a Bordighera, dove arrivò in motocicletta da Roma. Se andava in giro per paesi a cantare e dire che Sanremo era truccato».

Non tutti gli eccessi sanremesi finiscono in tribunale. Il bacio di 45 secondi di Roberto Benigni a Olimpia Carlisi, durante il collegamento in eurovisione, compie trent’anni proprio in questi giorni. Racconta Vesigna in “Vox Populi”: «Tra le quinte è il deliquio. L’assistente di scena, cui sono arrivate frasi minatorie dai dirigenti in platea e da quelli a Roma, fa una sortita sul palco e trascina fuori la coppia, mentre Benigni impavido borbotta: “L’ha detto Wojtyla!”. Solo Claudio Cecchetto, per la prima volta presentatore al Festival, si diverte come un matto, ma poi con faccia di circostanza esc, allarga le braccia e spiega al pubblico: “Lui è fatto così!”».

Un cavallo pazzo Benigni, come il più celebre Mario Appignani, un esibizionista che in passato aveva tentato di passare per figlio di Renato Guttuso, e minacciato di buttarsi nel Tevere e dal Colosseo, attore in piccole parti con Bertolucci, Damiani e Brass e che al Festival del 1992 riuscì a salire sul palco e a strappare il microfono a Pippo Baudo, gridando che Sanremo era truccato e lo avrebbe vinto Fausto Leali. Lo vinse invece Luca Barbarossa.
Nella città dei fiori c’è spazio anche per i suicidi. Non solo la tragedia di Tenco ma anche la frettolosa e goffa esibizione di Giuseppe Pagano, in arte “Pino”, il disoccupato bolognese, definito «maratoneta del suicidio annunciato», che la sera del 23 febbraio del 1995, minaccia di lanciarsi nel vuoto dalla balconata del teatro Ariston. Baudo sta tra la Clauda Koll e Anna Falchi, a vedere il Festival ci sono 17 milioni di telespettatori. «Vieni qua, dammi un bacio» dice Baudo tirando Pino per un braccio, che mormora «Pippo mi ha salvato, è un angelo». Ma in seguito Pagano rivela la messa in scena, accusa la Rai di essersi messa in contatto con lui 20 giorni prima, previo compenso. Poi però ritratta.

Tornò sui suoi passi come un altro personaggio devoto all’azzardo, Enzo Ghinazzi in arte Pupo, che anni fa rivelò: «Per la mia partecipazione all’edizione del 1984, quando fui chiamato a sostituire Loretta Goggi, sono stati spesi settantacinque milioni in schedine del Totip, venticinque milioni la mia casa discografica, altrettanti il mio manager ed altri venticinque io». La magistratura indaga, Pupo fa marcia indietro: «Ho parlato in un momento di rabbia». All’epoca giocando una schedina Totip si poteva votare un cantante. A Sanremo non basta un bacio per evitare le pene. La signora della canzone italiana, la bolognese, Nilla Pizzi fece perdere la testa al direttore d’orchestra Cinico Angelini, ma tra i due si infilò il più giovanecantante Gino Latilla. Rifiutato in un primo momento, Latilla tentò addirittura il suicidio.
Al Festival si può anche rinascere, tra tutti gli eccessi il più forte. Nel 1986 una aggressiva Loredana Bertè sorprende tutti esibendosi con un finto pancione. «Dov’è mai lo scandalo? Solo perché non sono incinta veramente? Se lo fossi sarebbe davvero uno scandalo? E se fosse stata una artista straniera a presentarsi così? Se una cosa del genere l’avesse fatta Madonna, non si sarebbe scandalizzato nessuno». Ma a Sanremo anche le Madonne vengono respinte. Nel 1998, Raimondo Vianello, non capendo i suggerimenti dalla regia, invitò gentilmente la star ad allontanarsi dal palco. Amen.

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