Eroe Perlasca, l’impossibile si poteva fare

Anniversari. Cento anni fa nasceva l’ex fascista che salvò 5mila ebrei ungheresi fingendosi console spagnolo a Budapest. Per l’Italia divenne un eroe solo nel 1990. “Una storia presa per una riga” racconta Minoli che aprì il caso insieme a Deaglio.

Giorgio Perlasca. Digitando oggi su Google il nome non ci sono dubbi sulla sua identità e sulla sua storia. Tutto appare chiaro, non c’è l’ombra delle reticenze personali e dei silenzi delle istituzioni italiane con cui Perlasca stesso finì per convivere a lungo. È lui l’ex fascista italiano che aveva rinnegato il regime per l’alleanza con la Germania e l’emanazione delle leggi razziali, e che a Budapest tra la fine del 1944 e il gennaio del 1945 salvò migliaia di ebrei ungheresi, cambiando identità e spacciandosi per console spagnolo. Puro azzardo, follia, impresa impensabile resa possibile da spirito di organizzazione e scaltrezza, un uomo che ha deciso di essere l’uomo giusto (come gli ha riconosciuto Israele) al momento che molti ritenevano sbagliato. Un magnifico impostore: “L’unico caso che io conosca – racconta Enrico Deaglio, uno dei pochi a sollevare il caso Perlasca nel 1990 collaborando a “Mixer” con Giovanni Minoli, e autore della biografia “La banalità del bene” (uscito nel 1991 diventato bestseller per Feltrinelli) – che non solo è stato in grado di impedire qualcosa ma è andato oltre. La sua vicenda è quella di una persona che da sola assume un’altra identità e agisce, rivelandosi un organizzatore straordinario. Amministrava case di 15 piani, ingannò i nazisti e gli ungheresi collaborazionisti per 45 giorni. E non è tutto. La deportazione ungherese si svolge dal luglio al dicembre del 44. Lo stesso Primo Levi racconta che “cominciano ad arrivare gli ungheresi”. La situazione è sotto l’occhio di tutti, lo sanno i giornali, la diplomazia è avvertita, in America ci sono manifestazioni. Ma Perlasca agisce comunque”.

Un exploit custodito in segreto nel dopoguerra, nella sua casa di Maserà in provincia di Padova, celato persino alla famiglia (che venne a sapere dell’esistenza del suo memoriale soltanto in occasione dell’ictus che lo colpì nel 1980). Un’esperienza che non ha mai dato il via a una vita di successo e affermazione personale: “No, infatti. Venne intervistato più volte da sociologi e psicologi per capire le dinamiche che vivono le persone durante fatti eccezionali. Ma nelle biografie di queste persone si scopre che fanno una cosa durante la loro vita, e poi non ne fanno altre. Un precipitato di circostanze fa sì che possano esprimersi a quei livelli, ma ciò non si ripete automaticamente dopo. Lui stesso ammetteva : “Guardi che ho fatto tutto questo perché ero solo”. Se ci fosse stata la moglie probabilmente non avrebbe rischiato”.

Perlasca era nato il 31 gennaio del 1910 a Como, visse fino al 1992 quando morì 82 anni: gran parte passati in disparte, per via del carattere schivo e del silenzio di una comunità che non ha avuto mai la reale consapevolezza di chi fosse quel tranquillo pensionato che andava ogni giorno al bar dello sport o al parco con il nipotino. Assillato dalle difficoltà economiche e dalla mancanza di riconoscimenti, Perlasca non aveva nemmeno il telefono in casa, venne persino licenziato e finì per lavorare come direttore in un ristorante pur di arrivare alla pensione. Fino a quando la storia non è venuto a cercarlo di nuovo, nel 1987 per merito di un gruppo di signore berlinesi di origine ungheresi. Oggi, anche fermandosi ai primi risultati di una banale ricerca in rete, ne parlano dettagliatamente l’immancabile Wikipedia, il sito della Fondazione Perlasca (istituita dal figlio Franco, consigliere comunale a Padova), una pagina web del programma tv “la Storia siamo noi”, il cui antesignano fu “Mixer”. Ma per arrivare a questa chiara fama, ci sono voluti oltre 50 anni. L’ultimo libro su Perlasca si intitola “Un italiano scomodo” scritto da Dalbert Hallenstein e Carlotta Zavattiero per Chiarelettere.

Un’impresa scomoda da raggiungere così come pure da ammettere. “Fu una storia presa da una riga- racconta Minoli- tra le proposte di Deaglio c’era una riga con la notizia del bollettino dei giusti d’Israele, “un italiano che avrebbe salvato della gente”. Oggi è un eroe nazionale e un fiore all’occhiello per tutti. Ma è anche un po’ martire, per via del silenzio in cui ha vissuto. Non è stato subito disponibile, abbiamo dovuto insistere per averlo.  È stato anche faticoso farglielo raccontare, non si era mai sentito preso sul serio, aveva interiorizzato la tragedia, era troppo grossa da raccontare l’impresa, un po’ come dire ho visto i marziani, e lui li aveva visti davvero. Il suo era un fatto individuale, il dopoguerra andava da un’altra parte e tanti dovevano tagliare col passato. La mancanza di supporto della cultura dominante si è fatta sentire, e si è un po’ avvitato su se stesso. La sensazione è che l’enormità dell’azione ha vissuto con la sua progressiva ritrosia a raccontarla perché erano troppo forti i silenzi culturali e politici, e questo insieme di cose lo hanno fatto andare sotto traccia. Con Perlasca il conto non tornava: un ex fascista era stato un eroe vero nella salvezza degli ebrei”.

“Venni a sapere di quella premiazione a Gerusalemme – aggiunge Deaglio- da Gad Castel regista ebreo padovano. “Lo sai che avete un eroe e non lo sapete?” Il merito è di Irene von Borosceny e di quelle donne berlinesi che misero l’annuncio sul giornale della comunità ebraica di Budapest. E Yad Vashem fu rapidissimo”. Perché tutto questo isolamento? “Forse perché era una cosa lontana, successa in Ungheria, un’azione compiuta da una persona schiva, senza un partito, isolato, persino povero. Non penso che ci sia stato un complotto, casomai disattenzione. Da solo, non aveva la forza per andare avanti e insistere. Poi è una storia molto difficile, sono coinvolti ebrei ungheresi, non proprio al centro della nostra attenzione…E tutta la storia è complicata: spagnoli, fascisti, cambio identità, testimonianze. All’inizio persino io non ci capivo niente”.

Già nel 1945 Perlasca spedì un promemoria all’ambasciatore spagnolo San Briz, quello che aveva sostituito, che gli rispose: “Non si aspetti niente da nessuno. Né il suo governo né qualcun altro riconosceranno i suoi meriti. Si accontenti della soddisfazione di avere fatto un’opera buona”. Scrisse anche a De Gasperi per informarlo dell’attività svolta a Budapest. Silenzio assoluto. Fece bene invece a mandare nel 1946 a Jeno Lévai, il principale studioso delle deportazioni dall’Ungheria,  un secondo promemoria, grazie al quale la sua storia venne poi fuori. “Il primo – racconta Deaglio – lo aveva redatto subito perché aveva conservato gli appunti giorno per giorno. Perlasca era in una delicata situazione. Non sapeva cosa sarebbe successo e sapeva di fare qualcosa di illegale: usava i mezzi dell’ambasciata, i soldi, i timbri. Teneva debito conto di quello che faceva perché non sapeva cosa gli avrebbero imputato poi”.

Un articolo su “la Stampa” di Furio Colombo a fine anni sessanta non smosse nulla. Lo ricorda Colombo, promotore tra l’altro della Giornata della Memoria: “Ci fu stupore, mi fecero le congratulazioni, ma la reazione fu generica come il risultato che ha avuto Perlasca. Quell’articolo non segnò la mia vita professionale. La traccia di Perlasca arrivò tramite i mie contatti americani, incontrai persone che cercavano questa “strana persona italiana. L’antifascismo volle essere solo politico e resistenziale, pensava di aver lavato via tutto del fascismo. Senza mai tornare a quel punto fondamentale del fascismo che sono le leggi razziali. Un frutto perverso della Shoah è stata l’immensa intimidazione delle vittime sopravvissute. L’antifascismo ha pensato a sé stesso, lasciando dall’altra parte quell’effetto enorme di isolamento e solitudine. Al tempo del mio ginnasio, i professori erano tutti partigiani o venivano dal Cnl, ma nessuno parlò mai della Shoah. Primo Levi si vide respingere il libro dall’Einaudi”.

L’impostore “Jorge” Perlasca” aveva conosciuto l’escalation antisemita nell’Europa dell’est. A Budapest ci era arrivato come rappresentante di una società che commerciava in bestiame. Parlava anche tedesco e francese. Era stato in Croazia, Serbia e Romania, dove erano già all’ordine del giorno pogrom, rastrellamenti, rappresaglie, fucilazioni e deportazioni. Non gli riuscì di salvare la famiglia di ebrei che lo ospitava a Belgrado. Ma non si diede per vinto. L’ex fascista, espulso da scuola per aver difeso D’Annunzio,  volontario in Africa Orientale e arruolato coi franchisti, che di ritorno dalla Spagna aveva osato contestare le leggi razziali, rifiutò la chiamata di Salò e dopo essere stato internato, riuscì a rifugiarsi nell’ambasciata spagnola a Budapest, approfittando di un pretesto. Diventato cittadino spagnolo, iniziò a collaborare con Sanz Briz,  che già rilasciava salvacondotti per proteggere i cittadini ungheresi di religione ebraica. Dopo la fuga diplomatica di Briz, Perlasca si inventò console. Complice una legge del 1924, che riconosceva la cittadinanza spagnola a tutti gli ebrei di ascendenza sefardita sparsi nel mondo, salvò 5218 ebrei ungheresi.

Una impresa impossibile? “La storia di Perlasca indica che si poteva fare – riassume Deaglio – Quando si parla di Salò e di quel periodo, a noi sembra che fosse impossibile reagire.  Perlasca dice che molte altre possibilità c’erano. È un tasto che nessuno vuole toccare.  Un eroe scomodo, ma oramai famoso. Lo sceneggiato del 2002, rimane tra i primi cinque per audience: 13 milioni di spettatori. Se poi nessuna forza politica l’ha preso come momento di riflessione…”

Lascia un commento

Effettua il login con uno di questi metodi per inviare il tuo commento:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...