Via Due Ponti, civico 180. Degrado e mezze verità

Monolocale. Venti metri quadri dentro un bastione di cemento. Cicactrici, labbra gonfie, tremore continuo. «Cosa è successo? Prima mi devi pagare». E forse non basta.

«Appena sono arrivata ho trovato vigili del fuoco e polizia. La vita per Brenda non era più la stessa. Dopo il caso Marrazzo era sola, disperata, non lavorava, non aveva più amiche. L’altro giorno le ho fatto da mangiare, può darsi che si sia ammazzata veramente. Giorni fa gli hanno rubato il cellulare, la polizia l’ha preso…». Alessia deve essere ancora giovane, ma l’età resta imprecisata perché il suo aspetto è sfatto.
Labbra gonfie, cicatrice sul naso, trema con il corpo, cammina sghemba e parla in automatico, dichiara di essere amica di Brenda. Prima di fermarsi a parlare, ha ricevuto un violento rimprovero da un altro trans, un incontro che è sfuggito ai microfoni che l’avevano inseguita poco prima. Rimprovero duro, senza repliche, poi il transex alto, moro e incappucciato per non farsi riconoscere, è andato via: forse è scattata l’invidia, forse una questione di protezione. Alessia continua a farfugliare riferendosi a Brenda: «Penso abbia ricevuto dei regali da Marrazzo, cose piccole, ma di valore molto alto».

Alessia è uno dei pochi trans intercettati a via Due Ponti, e uno dei rari che non abbiano mandato a quel paese il cronista di turno. I molti immigrati che risiedono qui sono al lavoro. Gli unici che si incontrano sono ragazzi di colore che non hanno voglia di parlare, e annuiscono distratti. Rimangono allora i trans, chi al bar, chi a fare spesa, chi soprattutto barricato in casa. O meglio, quello che resta di un corpo mutato, stressato da ormoni e da una vita sregolata. Facce e corpi che assomigliano a relitti. Tutti però chiedono soldi per parlare, ma l’aria della bugia è dietro l’angolo: «Quando scoppiò il caso Marrazzo – racconta un giornalista anziano – erano tutti elettrizzati, volevano apparire, raccontare la loro verità, che non sai mai quando diventa bugia, ora si nascondono, hanno paura».

Paura di morire, come Brenda. Si può morire tristemente in venti metri quadri. Ma anche viverci dà la misura dello squallore. Tanto più che questi venti metri quadrati sono ricavati da un sottoscala poco al di sopra di un garage, adibito a «monolocale» (secondo la fantasia degli annunci immobiliari), chiuso dentro le fondamenta di un bastione di cemento armato, grezzo fuori, e decadente dentro. Dai balconi sopra il garage spuntano panni umidi e antenne paraboliche, è una calda giornata di sole mentre la radio passa le canzoni di Califano e Mia Martini. Oltre i guanti bianchi della scientifica e il muro di fotografi, c’è il cuore di una strada che per tutto il mondo della prostituzione transgender capitolina è uno dei punti di riferimento a Roma: semplicemente «Due Ponti». Il civico 180 in realtà non è un portone normale, ma la via di accesso a questo bastione di cemento.

Un ragazzo di colore inizia la litania del «non ho sentito niente stanotte» che continuerà tutta la giornata, «poi la mattina tutta questa gente…» e indica lo stuolo di cronisti, i microfoni che ondeggiano, i furgoni aperti della televisione. Sono sotto casa sua, vicino alla transenna della polizia. A via Due Ponti 180 dire vicini di casa è una mezza verità. Lo sono tutti e nessuno: separati dal cemento armato che nulla fa sentire, ma uniti da perversi corridoi, scale ridotte al minimo, passaggi vari maleodoranti, luridi, con porte intaccate, citofoni e campanelli che oscillano dal vuoto più totale a cognomi lunghissimi e stranieri.
«Mesi fa era successa una cosa simile, un incendio domato a notte fonda dai pompieri, stavolta ho pensato fosse la stessa cosa, ma oltre il rumore della polizia non ho sentito nulla» racconta una gentile signora sudamericana che vive appena sopra il monolocale di Brenda. Lei almeno si affaccia sul bastione grazie a un piccolo balcone, ma per arrivare a bussare alla sua porta oggi bisogna aggirare completamente il palazzo.

C’è un mondo intero di immigrazione intorno via Due Ponti, che ogni giorno deve fare i conti con i trans. Così come a via Pirzio Biroli, il luogo dove Brenda giorni fa è stata picchiata e derubata. Prima di compiere il giro, si tenta di vedere se proprio lì si sono rifugiate le amiche di Brenda, ma il sole restituisce impietosamente volti struccati, lontani da qualsiasi idea di desiderio. Neanche il tempo di una domanda e chiudono la porta infastiditi, rifugiandosi dentro monolocali sporchi e sovraffollati di oggetti e mobili, che puzzano di umido.
Alle spalle della muraglia del civico 180 c’è via Stasi: da qui si prova ad accedere all’interno del palazzo di Brenda, complice un cancello aperto. Poca luce, corridoi stretti dove l’aria è pesante. Si bussa e si ricevono sorrisi esotici, ma niente di più. «Ci sono cinque brasiliani, sempre drogati, ubriachi che aggrediscono le donne, danno fastidio, prendono di petto chiunque – racconta una signora – hai visto quella lì, l’amica di Brenda? È già ubriaca ed è appena mezzogiorno. Sai che ti dico? Che se Brenda era una di quelle, allora sono contenta». Poi due ragazze romene raccontano: «Sono pericolose, ti urlano “Ma perchè mi guardi? Non ti piace come sono?”. Anche per i bambini non stiamo tranquille».

«I brasiliani sono pericolosi, ma qui non ci sono» dice un viados colombiano affacciato al balcone, dove per «qui» intende nel raggio di venti metri. Le distanze sono minime, ma allo stesso tempo enormi: a Due Ponti possono cambiare tutto. «Barbara? Vai al 36 di via Bruni». Appunto, venti metri più in là. Si entra in un corridoio buio, dove l’unica traccia di colore sono due porte gialle, che minacciano la presenza di un «american pitbull terrier» se qualcuno osa solo accostarsi, bussare o prendere la porta a calci. Come se fosse la norma. Un forte odore di sporco viene incontro e si appiccica addosso, in un angolo più buio ecco però una luce sotto lo stipite. Dietro una porta arrugginita, due voci: «Siamo puttane, se ci paghi parliamo». Ma è l’ennesima bugia di Due Ponti. Pochi secondi e un volto mulatto, dai capelli ricci, apre. Ha gli occhi lucidi, la mascella serrata, le tremano le labbra. Ora che Brenda è morta siete preoccupate? «E tu cosa pensi, che siamo felici?», ripete livida più volte prima di chiudere lentamente la porta. Poi rimane di nuovo il cemento armato e lo squallore fetido di Due Ponti.

Lascia un commento

Effettua il login con uno di questi metodi per inviare il tuo commento:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...