E Marcello legge i diari di Mussolini. «Un duce a caccia di attimi di letizia»

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«Non concedo interviste, tanto meno sulla mia vita privata. Sono un uomo qualunque. Anche io sono soggetto alle debolezze, agli errori. Amori? Ma che amori! Ho altro per la testa. Nel mio animo non vi è più nulla di perverso. Sono incline alla indulgenza e alla comprensione. Mi interessa di aiutare i deboli. Ma ora basta, se no sto per tracciare la figura di un santo. Non sono un santo. Sono un padre di famiglia con un illimitato amore per i miei i figli e la Rachele a dispetto dei bene informati e dei maligni resterà sempre la donna prediletta».
Chi si aspettava l’altra sera una battagliera commemorazione di Mussolini dentro il fortino di Casa Pound, centro sociale dell’ultradestra romana, è rimasto deluso: oggetto della serata, le riflessioni intime e occasionali, dettate dall’agenda pubblica. Ma la lettura di brani dai controversi diari del duce (veri? falsi?) da parte del senatore Dell’Utri ha illuminato la gelida Casa Pound di riflessi d’attualità.


Al comando dell’Italia c’è un uomo che si descrive umile, modesto, quasi un santo, ma anche «permaloso e per nulla dotato di pazienza». Un duce animato da sensuali passioni, «gli attimi di letizia», ma legato all’ordine della famiglia. Un uomo soprattutto solo, sprezzante anche lombrosianamente verso chi lo circonda. Che ne ha per tutti, compreso il suo storico giornale, reo di pubblicare «mattoni a sfondo politico». Il duce forse vede già in mano il suo Giuda, un certo Badoglio. E vengono giù applausi quando Dell’Utri puntualizza: «Un capo è sempre solo quando deve decidere, è naturale che critichi alcuni dei suoi uomini, quelli della prima ora, quelli che vicini ai personaggi durante il momento la fondazione, spesso non sono più adatti nei momenti della risoluzione del progetto».

Mentre i microfoni di casa fanno difetto più volte, con un curioso effetto petroliniano tipo scroscio di applausi nei momenti topici, l’eloquio del senatore Pdl, in doppiopetto e cravatta viola, sembra a suo agio tra i fogli da leggere e gli interventi dei presenti. Sala conferenze affollata, molti giovani ma anche molte donne, e anziani un po’ indisciplinati. Dell’Utri alterna la sua posa blasè con lo stupore del bibliofilo: «Invitatemi e io ritorno. Amo Pound, ho un ritratto fatto da Kokoschka. Vi faccio una copia…». E rilancia sui diari: «Li pubblicherò nel 2010. Diverse case editrici premono. Intanto in Svizzera ho visto il diario del ’42, quello parziale del ’43, e pare che ce ne sia uno del ’40 o ’41. Prometto che li presenterò qui». Dopo i convenevoli, chiede per sé anche un applauso, che puntuale arriva. Motivo di tanta devozione la «conferma della presenza arrivata in un momento in cui Casa Pound è stata accostata a episodi spiacevoli. Apprezziamo questo coraggio». «Qui c’è gente che si preoccupa del sociale – risponde Dell’Utri – Forse l’intolleranza sta in chi si erge a paladino dei suoi principi». «Meno male allora che siamo tra i tolleranti», incassano a Casa Pound. Poi il microfono salta. «Sono loro…», dice sornione Dell’Utri.

Prima del reading, la precisazione più attesa. Sono veri i diari? Il bibliofilo Dell’Utri taglia corto con un atto di fede: «Autentici o falsi, a noi non ce ne frega niente. Lasciamo ai soloni e ai critici le diatribe. Io per primo sostengo che nessuno può dire che siano autentici ma neanche falsi». A Casa Pound si propende polemicamente per l’autenticità: «Anche la perizia dell’Espresso dice che sono veri al 70 per cento».

Neanche Dell’Utri però ha letto per intero le 5 agende, scritte tra il 1935 e il 1939. E le leggi razziali? «Non ho qui quelle pagine, ma più di una volta compare un riferimento alle leggi razziali. Mussolini dice “ma perché dobbiamo fare ‘ste leggi?” e “se proprio dobbiamo, facciamole blande”. Usa proprio questo termine. Se i diari fossero veri, ci sarebbe da riscrivere tutto». Ancora qualcuno tra il pubblico puntualizza: «Sono fascista e ritengo le leggi un’infamia, ma le perplessità del duce sono circostanze note, altro che novità». Incalzato, Dell’Utri si fa salomonico, «non c’è niente da rispondere. Parlate pure, tutti possono avere ragioni».

Ma dall’amico di Berlusconi e cofondatore di Forza Italia, non si può non mettere in conto l’istinto di solidarietà perché nei brani scelti per la lettura, si riflette la solitudine di un altro capo. C’è un duce pensieroso, assediato da chi viene sotto Palazzo Venezia, sostenendo che «il duce si scervella tutta la notte per risolvere i problemi. Ma non è vero niente». Anche perché la placida apparenza familiare viene travolta dalle passioni. Prima la confessione amara: «Quando l’amore se ne va, dal sogno si arriva alla saggezza ma si perde la bellezza della vita». Poi un tentativo estremo di frenare tutto con l’elogio della castità di Balzac, «maestra di vita». Da Balzac «ho tratto molto insegnamento. Honoré consigliava di non giocare con l’amore perché l’uomo innamorato perdeva un’alta percentuale del suo tempo in futilità a danno di cose più proficue. L’uomo si rincretinisce presto. Se poi l’uomo varca i limiti concessi dagli anni al certame amoroso, allora è meglio non parlarne il rincretinimento avanza a dismisura».

L’inquieto duce sembra capito solo da Rachele. «Aveva anche altre donne!» dicono dal pubblico. Ma il senatore serafico: «Era notorio che riceveva a Palazzo Venezia ma non era amore». Forse allora erano attimi di letizia: «Vinto dalle inevitabili debolezze, mi muovo anche io, esco, mi trovo immerso nella moltitudine, seguo le orme fragili di chi mi chiama, mi tende la mano, mi conduce per attimi sulle ali del sogno e una voce amica dai toni un po’ rochi ma caldi e confidenziali, cerca di convincermi che la vita non è una cosa terribilmente seria».

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