Gian Carlo Fusco. Il Cassano desolato della letteratura ancora ignorato dai manuali

Il 17 settembre del 1984 se ne andava lo scrittore-giornalista di “Duri a Marsiglia” e “A Roma con Bubù”. Considerato un “mestierante” come Leone, è il padre di opere rimosse dalla critica italiana e dalle storie letterarie, ma soprattutto un grande scrittore irregolare. Abbiamo chiesto il perchè di questa esclusione a Giulio Ferroni e Walter Pedullà, Luigi Bernardi curatore di Stile Libero Noir, Beppe Benvenuto editor delle fortunate ristampe Sellerio, a Dario Biagi autore della biografia “L’incantatore”, e a un suo storico estimatore, Franco Cordelli.  Con qualche sorpresa nelle risposte.

Fusco

«Chi fu Gian Carlo Fusco, nato nel 1915, morto nel 1984, ligure e anche viareggino, anche marsigliese (a suo dire) e cresciuto, vissuto, trasformato mille volte? Una ponderosa opera critica, dedicata agli autori italiani, non lo nomina nemmeno. Le piccole enciclopedie non lo annoverano. Fusco rischia di venire ricordato solo oralmente dagli amici ormai attempati». Sono parole di Giovanni Arpino, nel 1987 al tempo della ristampa Einaudi di Duri a Marsiglia, uno dei libri più riusciti di un «novellatore straordinario e intrattenitore da caffè notturno».
Da allora le cose in parte sono cambiate, sono passati esattamente 25 anni dalla morte di Fusco ma la domanda rimane: «Perché non viene citato nei manuali? Se lo chiedeva anche Oreste Del Buono. Fusco era un giornalista in prestito alla letteratura, malvisto dai compilatori delle nostre lettere, scriveva su Playmen e altre riviste che non erano accettate», racconta Luigi Bernardi, curatore nel 2005 di Stile Libero Noir che fece riemergere dal catalogo Einaudi il titolo perduto, «ma non c’entrava niente con l’ondata giallistica e noir. Di sicuro ci sono più libri suoi oggi che quando era in vita. La storia prima o poi gli darà ragione. Era come Sergio Leone, considerato un mestierante».


Chi di mestiere si occupa di letteratura, ammette la defaillance, come Giulio Ferroni, autore della Storia della Letteratura Italiana (Einaudi): «Purtroppo gli autori sono talmente tanti che i critici sono immersi nel mare della quantità, che è anche un male. Può certamente sfuggire anche un capolavoro assoluto. Se uno dovesse tenere a mente tutto il mare magnum affogherebbe. Ma non si possono neanche accusare i critici. A volte è anche il caso che fa riemergere il profilo dell’autore». Anche nella dettagliatissima Storia della letteratura italiana del 900 di Giacinto Spagnoletti (Newton Compton) non se ne trova traccia. Neanche un rigo. Per un critico militante come Walter Pedullà «è una cosa possibile perché sugli scrittori sul versante del comico ha “pesato” molto quella leggerezza che diventa stile, e che si voleva invece frivola, e quindi espulsa dal territorio ufficiale». E Fusco? «Non ha avuto un angolo legittimo dove poter indicare la presenza della sua intelligenza brillante e sulfurea». Neppure lei però lo ha inserito nella sua Narrativa italiana contemporanea (Newton): «Confesso che ho conosciuto poco i giornali e le riviste su cui collaborava. Il reato è maggiore quindi, non è esclusione ma non averlo preso in considerazione nel momento in cui il fenomeno era caldo, ma nella distanza, lo riconosco, è come se mi fosse passato di mano».

Chi invece ha scommesso su Fusco è la casa editrice Sellerio, ristampando tutto, da A Roma con Bubù, da molti indicato come il suo capolavoro, a Le rose del ventennio, La Legione Straniera e gli Indesiderabili. Per il curatore Beppe Benvenuto «la storia di Fusco è come Cassano che non va in nazionale. Ma perfino Carducci ce l’aveva con i manzoniani, è una vecchia storia… Stravagante, eccessivo, dalla metà degli anni 60 non era più presentabile per il giornalismo italiano. Bocca e Brera al Giorno gli riservavano un malcelato fastidio, con una punta di invidia perché lui era la star del giornale e loro aspiravano ad esserlo. Anche le sue frequentazioni facevano storcere il naso, come gli ex fascisti. Ma era curioso, e soprattutto un uomo senza passato, nel senso che non faceva parte delle varie oligarchie letterarie. Con gli anni le persone che lo avevano imborghesito come Camilla Cederna lo persero per strada. Raccontava un mondo che negli anni 60 non interessava, un mondo di operetta, ma in fin dei conti non così esecrabile. E poi era disincantato, ironico, raffinato e semplice. Inclassificabile, come Bianciardi che infatti visse la stessa punta d’astio dei grandi giornalisti».

Impossibile separare i libri dalla vita di Fusco. Non perché fosse uno scrittore in carriera, anzi, tutt’altro. Attore cinematografico, boxeur, ballerino, soldato e prigioniero, militante Pci, gran bevitore e donnaiolo, mondano e frequentemente spiantato, reporter soprattutto di se stesso, amava appunto raccontare e inventare insieme. Oltre che nei libri, le sue identità vere o false che fossero, finirono tutte dentro i suoi articoli per il Mondo, L’Europeo, il Giorno, Cronache, Kent e Playmen. Il giornalista Dario Biagi, autore de L’incantatore (Avagliano), biografia di Fusco rifiutata da più di un grande editore, spiega così l’esclusione di un “grande irregolare”: «Non ha cercato premi, né antologie, scriveva su commissione, non amava faticare, non rientrava negli schemi del letterato italiano. Era un giornalista prestato alla letteratura, quindi guardato male dagli stessi colleghi. Anche se era un grande stilista, come Parise e Comisso, Fusco non ha prodotto il “Romanzo” classico, anche Duri a Marsiglia è un divertissement. Forse oggi con gli editor più giovani può ritrovare spazio. Ma quanto durerà?».

Mentre entro l’anno è prevista l’uscita del film L’incantatore di serpenti. La vita senza freno di Gian Carlo Fusco, diretto da Salvatore Allocca (prodotto dalla Vega’s Project), di sicuro sul terreno degli estimatori storici Fusco gode di ottima salute. Per Franco Cordelli «benchè sia divenuto chiaro con tre decenni di ritardo, Fusco è un grande scrittore italiano». E le storie letterarie? «Forse i motivi sono due: il primo è tecnico perché non esistevano i libri di Fusco, erano pubblicati da editori strani, nessun critico di allora li avrebbe presi in mano. Poi non aveva un progetto di sé come scrittore, non aveva scelto di esserlo. Ma c’è un motivo secondo me più profondo.

Ieri la distinzione tradizionale tra cultura alta e popolare era chiara, infatti Fusco non fu notato neanche per sbaglio. Oggi è tema del dibattito, anzi ci si chiede se sia lecito porsi questa domanda: perché limitarsi a considerare la Mazzantini una scrittrice popolare? La cosa comica è che Fusco nasce come cultura pop e poi diventa cultura tout court, come Delfini e Bianciardi. Oggi la Mazzantini finge di essere cultura popolare mentre pensa di essere alta cultura, in realtà è peggio, trivial literature, è la falsa coscienza, il contrario esatto di Fusco».

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