L’Alcova elettrica- L’elogio della prostituzione in salsa futurista

PORNO TIRATURE. “Lacerba” di Papini nonvende e allora affida a un giovane intellettuale spregiudicato, Italo Tavolato, che sarà anche agente segreto e collaboratore della Gestapo, una fenomenologia della prostituzione. La rivista va a ruba, contestata dai cattolici, processata per offesa al pudore. Ma senza successo. Sebastiano Vassalli racconta l’episodio nell’”Alcova elettrica”, un libro Einaudi fuori catalogo.

vassalli

«Già grigia luce filtra nell’aria pesa della notte. Già campane di chiesa svegliano beghine all’utile orazione, bambini alla paura di scuola, operai al lavoro non proprio. I migliori vincono il compromesso tra notte e giorno: a quest’ora dormono o rientrano in casa. A quest’ora le puttane, stanche, sognano, il fauno. Oh, sporca luce mattiniera non riuscirai per nulla a oscurare le fiamme del mio affetto, il luminoso ricordo di Lilly e Zazà puttane, sorelle della notte. E voi fesse campane cristiane, non saprete mai coprire il consone canto di un core e di un cervello: chiuso nella mia cella s’innalzi sopra tutti i tormenti crepuscolari l’elogio della prostituzione».

Il primo maggio del 1913 sulla futurista rivista Lacerba diretta da Papini, compare in dodici punti un provocatorio Elogio della prostituzione contro la morale sessuale di bigotti e moralisti. Ne nascerà uno scandalo e un processo per offese al comune senso del pudore. L’autore è l’allora sconosciuto Italo Tavolato, che tanti anni dopo diventerà un agente della polizia segreta fascista con il nome in codice “Tiberio”, autorizzato anche ad accettare incarichi per conto della Gestapo. Appresso a questo lungo articolo si snoda una storia di «letterati, avvocati, aspiranti dandies e aspiranti superuomini, dame lussuriose, poeti e puttane» che nel 1986 lo scrittore Sebastiano Vassalli riannodò per Einaudi in un libro L’alcova Elettrica, oggi fuori catalogo e ristampato dalle Edizioni Calypso. Ma soprattutto è una storia di linguaggi iperbolici, di velleità da giganti, e allo stesso tempo di piccolo cabotaggio, di egoismi personali e molto praticismo.


Il peccatore Tavolato all’epoca è un giovane cittadino austroungarico, studente fuori corso di filosofia, triestino povero e orfano di padre. Per le trenta lire dell’editore Vallecchi, scriverebbe qualsiasi cosa. Intanto si offre come traduttore di tedesco «a modica cifra», è «un ragazzone massiccio, un po’ stempiato, un po’ miope», con un modo di parlare che «sembrerebbe un anziano gentiluomo infastidito dalla vita». Di cui a Firenze nulla sanno ma tutti sono pronti a dire qualcosa. E saranno pietre a piovere. Per i goliardici parolieri, Tavolato è quella cosa «che non vuol la carne sana, tesse elogi alla puttana, ma gli capita un processo». Per gli ultracattolici «un pidocchio snob sostentato dalla forfora intellettuale di Giovanni Papini».

«SALVE sincera puttana! Sei tipo; sfotti l’opinione pubblica e l’approvazione della società; Eroica puttana! Tra gli scherni e i dileggi aspetti coraggiosa il tuo maschio. Comoda puttana! Ci risparmi la grande svergognatezza della dichiarazione d’amore. Stupida puttana! Come son dolci le tue carezze! Puttana abisso d’incoscienza, caos d’illogicità, ti preferiamo alla donna saputina».

Questa è anche una storia di giornalismo di una rivista quindicinale che è nasce precaria anzi già morta. Ha dalla sua il tipografo, Vallecchi, militante socialista, convinto di ricevere aiuto e collaboratori da Prezzolini e dalla più importante La Voce. Ma Lacerba non vende e pur di sopravvivere abbraccia allora la causa futurista. Una solidarietà elettrica. Soffici venne incontro al trentaduenne Papini, futurista controvoglia, che Vassalli descrive come «un nipotino sgraziato del superuomo di Nietzsche, un misto di goliardia e canaglieria dai comportamenti contraddittori», un po’ chiuso, un po’ astioso, che ha snobbato con cattiveria le poesie di Campana, che gioca a provocare Tozzi e che rifiuta addirittura gli inviti del Vate alla Capponcina. Un autodidatta pieno di paure di non farcela, e infatti finirà eterno secondo. Con Soffici arrivano Marinetti e Boccioni, reduci da una grande serata futurista a Parigi. Dove Valentie de Saint Point, gran dama e poetessa ha esposto il suo Manifesto futurista della lussuria: «Una signora che ha il coraggio inaudito di esaltare la lussuria fino allo stupro». Forse però il Manifesto lussurioso vola troppo alto, esalta la ricerca carnale dell’ignoto ma «spedito per posta e lanciato dalle automobili, non suscita eccessivo clamore». Ci vuole dell’altro, forse volare più bassi, per infrangersi con rumore su qualche muro.

«Tuttora si continua a spregiare e a denigrare la sessualità svincolata da imperativi morali, la prostituzione. Tutte le morali variano, mutano, decadono, spariscono; la prostituzione resta. Perciò se durata è indice di valore, la prostituzione è superiore all’etica».
Basta fermarsi davanti una vetrina di un negozio fiorentino di abiti da sposa. Papini, che pure si è sposato in chiesa ed ha due figli, ci vede il «simbolo della morale borghese e pretina. L’armatura di biancofiore contro le insidie della Bestia che in termini cristiani è il Diavolo e in termini positivi è il Sesso non rivolto a scopo di creazione».

Tavolato è con lui, ne nascono sessanta righe contro la morale sessuale, firmate sempre da Tavolato, che da rimasticatore di filosofie altrui si fa filosofo in proprio, ma di costume. Giorni dopo Papini legge l’articolo e scuote il capo, d’accordo che si fa la guerra con i soldati che si hanno ma «codesto articolo va bene per introdurre l’argomento, ma sulla faccenda del sesso ci si dovrà ritornare per dire cose che ancora non sono state dette da nessuno. Per sbalordire. Capisci? È un tema grosso, grossissimo, da smuoverci tutto un polverio di polemiche e da attirare i lettori». Tavolato fa luce a modo suo sui fumosi strali di Papini e si mette a lavorare su un trattato sulla prostituzione come categoria dello spirito, come antitesi della morale. E il botto arriva con l’Elogio della prostituzione. Per Lacerba significa diecimila copie vendute.

«I più profondi moralisti odiano la sessualità, perché nell’orgasmo voluttuoso s’assonna, sia pure per un attimo, la coscienza. Dato che coscienza d’identifichi con moralità, il perfetto moralista non dovrebbe nemmeno dormire, poiché anche il sonno toglie la coscienza. Siccome però, ognuno sente il bisogno di dormire, e se non dorme impazzisce e muore, è evidente che moralità e vita sono termini inconciliabili, e che il perfetto moralista non esiste. Quindi tutti i moralisti mentiscono – finché non si presenti il perfetto svegliato».

Nessuno tra i lettori s’indigna, solo anonimo articolo di matrice cattolica si scaglia contro. Ma sarà sufficiente a muovere le carte della denuncia. Oltre a Tavolato, si cerca di incriminare anche il direttore responsabile de Lacerba, il giornalista Guido Pogni, militante socialista dalla fondazione del partito. Un tranquillo prestanome pagato da Vallecchi, già con processi e condanne politiche ma che nulla di pericoloso si aspetta dai futuristi di Papini. Pogni è già una vittima, del nuovo corso socialista e mussoliniano, per via dell’amicizia con l’odiatissimo (dal futuro Duce) Treves. Mentre Tavolato si pavoneggia alle Giubbe Rosse, Papini finge orgoglio su Lacerba e invece trema, con due figli a carico, ha paura della reazione dell’arcivescovo. Scrive e cancella, cerca di ritrattare ma senza umiliarsi. Per lui non basta che agli atti sia Tavolato che Pogni, parlino dell’Elogio come una «mera manifestazione scientifica di un filosofo».

«La superstizione, che vero amore non debba avere a che fare con i quattrini, deriva da completa ignoranza o da mascheramento della realtà- non costa anche la moglie?- e sbocca in tentativi riformatori idioti. Via i rancidi romanticumi e le inutili riforme, cara puttana! Acchè le tue secchie siano piene di latte, e le tue ossa siano abbeverate di midolla, ti renderemo secondo le tue opere, al doppio. E ancora non basterà, perché tutte le cose sono inutili, tanto necessarie alla tua bellezza, costan care. E costa caro, terribilmente, l’eletto del tuo cuore, il tuo ruffiano».

La requisitoria del pubblico ministero Emilio Albino è un trionfo di iperboli e indignazione. Ma, dice il giudice istruttore Muzi, «un senso giuridico oltre l’indignazione non c’è. Non c’è nemmeno uno spunto abbastanza solido per attaccarci l’ordinanza di rinvio a giudizio». E Muzi deve partire per andare in vacanza. Gli costerà un po’ di pazienza il tirar fuori un riassunto convincente della fumosa indignazione di Albino. Il processo si farà a porte chiuse.

«La puttana schiava? Un corno. (…) È imbecillaggine acuta credere che le puttane subiscano. Vincendo ostacoli formidabili – malattie, deformità, età – la sessualità accoppia solamente gli individui fatti l’uno per l’altra, individui che a vicenda si interessano e si piaccion».

Papini viene rassicurato, ma intanto, mentre si aspetta la sentenza, qualcuno a Milano informa Mussolini, direttore dell’Avanti che si arrabbia, ma per altre ragioni. Il collegio di difesa è guidato da un liberale, amico di Treves, come lo è anche Pogni.

«Puttana. Per il poveretto sei inferno o paradiso. Cioè: la perdizione. Per la mente forte: un orizzonte su cui fiammeggiano immagine e concetto. Puttana sacrata alla notte, notte tu stessa; in te il creatore risplende di luce propria. Puttana, sei la salvezza».

Il 10 gennaio del 1914, Lacerba va assolta. Cadono le accuse di reato. In aula si grida W il futurismo. E W le puttane.

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