Il realismo Autentica bugia da fotoritocco?

Photoshop. Dalla riduzione della foto dell’incontro Berlusconi-D’Addario alle ricostruzioni false del delitto Giuliano fino ai pasticci dei reporter di guerra: non esiste un’immagine pura che riproduca la realtà. Un libro racconta la lotta tra gli apologeti della rivoluzione digitale e i nostalgici dell’immacolata percezione. Siamo condannati a vivere nell’era del sospetto.

“Vedi, il centro dell’immagine è la D’Addario. Ho la sensazione che la foto sia stata scattata per riprendere soprattutto lei, quando era ancora sconosciuta ai media, accanto a Berlusconi. non mi pare una foto giornalistica, sento puzza d’altro». Il rumor raccolto sul Riformista da Fabrizio d’Esposito fissa uno degli scatti più famosi del momento. «Potrebbe» dice la fonte berlusconiana. Ma potrebbe anche essere diversamente, cioè un’immagine ristretta, che nell’originale allargava il campo visivo facendo perdere d’importanza alla D’Addario, che quindi sarebbe una donna che guarda altrove, e non verso un obiettivo preciso. Una semplice operazione di riduzione, che comporta comunque un’alterazione nella percezione nel pubblico: l’attenzione si focalizza, il resto scompare. Sottigliezze di ritocchi, alcuni innocenti, altri no. Viene in mente una delle due foto ricordo di Monica Lewinsky insieme a Bill Clinton, finite sui giornali: escludeva un impiegato dietro la stagista, aumentando il tono confidenziale dell’incontro.


C’è anche chi ha provato a scherzarci sopra, come la Ogilvy, una grande azienda di advertising che con i software di fotoricocco come Photoshop lavora ogni giorno, manipolando desideri, informazioni e sollecitazioni. Ha girato un video di una finta preparazione di una campagna pubblicitaria. Il risultato è semplice: un manifesto stradale, con il brand cosmetico e un volto di donna. Ma il video mostra di più: le due fasi di trucco, quello manuale dove il viso quasi anonimo di una ragazza viene esaltato al massimo, e quello virtuale, quando, dopo le foto, viene il turno di Photoshop. Si rimodella tutto, gli occhi più grandi, il collo più snello e allungato, fino a un’immagine standard, che ha del cristallizzato, senza ombre. Insomma parafrasando, se bella vuoi apparire un po’ devi morire, più che soffrire, perchè questo è un foto ritocco fortemente invasivo, che non sarebbe piaciuto al fotografo e sociologo americano Lewis Hine per cui «le fotografie non sanno mentire, ma i bugiardi sanno fotograre».

L’immagine della modella è una foto che ha perso qualsiasi contatto con la realtà. Non è una foto, le foto sono altro, sostengono in molti. La fotografia come ricerca della verità è «una fede incorruttibile per Hine, corrotti semmai sono i preti» racconta Michele Smargiassi nel suo Un’autentica bugia, la fotografia, il vero, il falso (Contrasto, pp. 319, euro 19.90). Il giornalista raccoglie una serie di casi di contraffazioni, dal macroscopico all’apparentemente insignificante, che rovesciano l’assunto di Hine, per un motivo e per l’altro, dando addosso agli apologeti della rivoluzione digitale per cui tutto è ammesso, e ai «nostalgici dell’immacolata percezione» per cui esiste una fiducia incondizionata nel potere della fotografia di resa fedele del vero, una casta reputazione che se viene meno, rischia di far cadere tutto il castello inaugurando un’età del sospetto. Persino nella bellezza.

Come è accaduto al National Geographic, una delle riviste più autorevoli al mondo che nel lontano 1982 decise di utilizzare il costoso sistema di ritocco Scitex. Cosa c’è di più bello della bellezza della natura in armonia con la storia dell’uomo? Ecco allora un’idea per la copertina: una splendida fotografia delle piramidi di Giza al tramonto con la silhouette di una carovana di cammelli in primo piano. La foto originale è in orizzontale, la copertina invece no. All’interno del servizio, la stessa immagine è diversa, non è schiacciata nella prospettiva impossibile a cui lo Scitex ha ridotto le piramidi. Se ne accorge un lettore: pubblica ammissione di colpa del direttore della fotografia Gulka, ma non basta. Rimarrà un caso e un precedente illustre.

Anche il brutto, il corrotto l’orribile vengono modificati. Per esempio un teschio. Ci si sposta negli anni 30, a dimostrazione che non è colpa del digitale e che «la bugia non è il peccato originale della fotografia e che non è mai esistita una condizione edenica, una purezza primaria». Arthur Rothstein nel 1936 si imbatte lungo una statale del South Dakota in un cranio bovino calcinato dal sole. Immagine retorica, ma sempre eloquente: la terra arida da cui i piccoli allevatori devono fuggire. Rothstein realizza cinque scatti, spostando il cranio, che sono inviati alla Farm Security Administration, l’organismo assistenziale del New Deal roosveltiano che si occupa della crisi rurale negli anni della Grande Depressione. Ma un piccolo quotidiano locale denuncia il protagonismo del teschio e parte così una violenta campagna violenta della destra repubblicana contro le mistificazioni del New Deal.

Un oggetto esteticamente sgradevole può essere anche insignificante, e può essere fatto sparire, come nelle foto ritoccate di Lenin, spariva il mignolo fuori di una tasca. Un’altra foto ritoccata che appartiene alla storia americana è quella scattata da John Filo, giovane studente di fotografia dell’università dell’Ohio il 4 maggio del 1970. La guardia nazionale spara contro gli studenti che manifestano contro il Vietnam. Jeffrey Miller muore, la sua compagna Mary An Vecchio si inginocchia su di lui, intorno si fa il panico e John scatta. La foto passa da un quotidiano lcoale all’Ap fino al NYT. Un fastidioso palo di una recinzione che la nuca della ragazza copriva in parte non c’è più. Solo nel 1995, nell’anniversario dei 4 studenti uccisi, viene pubblicata la foto intera, che rende più evidente la recinzione. Il taglio? Probabilmente una semplice pudicizia benintenzionata. Ma «se cancelli quella recinzione, cancelli la realtà delle limitazioni che l’università imponeva all’accesso degli studenti negli spazi pubblici, per impedirvi di organizzarvi manifestazioni».

La foto di una scena di un altro delitto delitto può essere veritiera ma l’avvenimento può essere falsificato: è il caso del ritrovamento del corpo di Salvatore Giuliano nel 1950. È una messinscena: bisogna simulare uno scontro a fuoco con i carabinieri per coprire la verità dell’omicida Pisciotta. E Giuliano è riverso a terra accanto a un fucile e una pistola. Una foto che «lasciata da sola, direbbe meno di quanto in reatlà mostri» dice Smargiassi, discorso che vale per tutte le foto perchè la «fotografia è avida di presente ma orfana del passato». Un’altra ricostruzione di una scena violenta sono le foto datate 1973 della guerriglia in Irlanda del Nord, reportage sanguinolento di Roger Walker, pubblicate in Italia. Ma è un bluff, una ricostruzione dell’artista Bruno Vidoni.

Anche i pacifisti non scherzano. Nel 2004 su alcuni siti conservatori appare una foto accreditata Ap con il ventenne futuro candidato democratico John Kerry, in un campus, sul podio pro-vietnam con Jane Fonda. Sono due foto diverse, in contesti diversi. Kerry verrà smascherato dallo stesso autore. L’idea del Kerry pacifista storico non passa. Passa invece con O. J. Simpson un’altra idea, con implicazioni razziali. Nel 1994, con il campione sotto processo per l’omicidio della moglie, Newsweek e Time gli dedicano la copertina utilizzando la stessa immagine. Ma sul Time Simpson appare più nero. A nulla vale la precisazione del sommario che segnala la foto illustrazione di Matt Mahurin, una concept cover artificiosa. Il direttore Gaines è costretto a scusarsi.

I giornali hanno provato a difendersi in tutte le maniere, ma ogni regola nasconde una insidia: come si valuta una «porzione estranea» della foto? Cosa comporta una «ragionevole modifica»? Per Brian Walski, navigato fotoreporter del Los Angeles Times, unire due foto scattate in sequenza durante la guerra in Iraq, era sembrato ragionevole: non perdere la posa autoritaria del marine dalla prima, e i volti intensi del campo profughi dalla seconda. «Cercavo solo una buona immagine». Licenziato in tronco. I watchdog, i cani da guardia in rete si sono moltiplicati. Se da una parte gli avvisi dei giornali sull’eventuale fotoritocco non hanno convinto gli stessi addetti ai lavori, dall’altra in rete c’è un controllo maggiore. C’è cascato il Giornale, ma anche il Manifesto. Sempre situazioni di guerra, entrambe con sfumature politiche. Con il digitale, il consumatore di immagini non è più solo. Lo sa bene il caporale dei marine Boudreaux, immortalato anni fa in Iraq con due bambini che reggono un pezzo di cartone con una scritta: «Il caporale ha ucciso papà e picchiato mia sorella». Impossibile però stabilire quale versione sia vera, se quella dello scandalo o le parodie che girano in rete.

Se per Mao Zedong a galla nel 1966 nello Yangtze, per smentire le voci della malattia, bastò un sosia, scoperto dalla Cia dalla forma dell’orecchio, per quasi tutte le foto rimane una questione di sfumature. Le uniche immagini della Shoah provenienti dai campi di sterminio sono 4 scatti che ritraggono i sonderkommando mentre svolgono il loro orrendo lavoro. Le foto sono scattate dall’interno delle camere a gas, clandestinamente. Il ritaglio sul particolare dei lavoratori all’esterno, propagandato dalla stampa, impoverisce tutto, anzi la rende falsa dice Smargiassi: «Cancellato il segno della paura e del coraggio».

Ma non sempre è colpa del ritocco di turno. Una foto porta con sè il passato, ignorarlo è il vero camuffamento. Per le autorità cinesi va benissimo la foto dei carri armati fermi in fila davanti allo studente in piazza Tienanmen. È il segno della disponibilità cinese a dialogare. Mentre la celebre foto del bambino con le mani in alto durante il rastrellamento di Varsavia, non è una foto denuncia ma «un rastrellamento fotogenico», una foto colpevole perchè scattata per dimostrare l’efficienza di un capo delle SS. «Una foto forse pentita, mai mai assolta», perchè imprigiona il bambino due volte, alla verità nostra e a quella del nazista che guarda nella macchina. Alla faccia della verità unica di Hine.

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