L’ultimo dei Virgin, a New York chiude la stagione dei cd

oggi pure su Dagospia

L’ultimo atto si è consumato. New York non ha più un solo megastore musicale. Fallite le catene americane, anche la Virgin di Sir Richard Branson ha chiuso il suo ultimo punto vendita nordamericano a Union Square. Nel giro di due anni in Usa, si è passati da undici centri alla liquidazione della Virgin Entertainment Group North America. Il Sunset Strip di Los Angeles, il primo Virgin aperto sul suolo americano nel 1992 a Hollywood, ha chiuso l’anno scorso. A marzo le serrande sono calate su un altro Virgin store, quello di Times Square a Manhattan, un simbolo.

Agli appassionati della Grande Mela rimane solo qualche negozio di dischi indipendente. Chiudono i terminali di un’industria discografica in crisi oramai da tempo, che in quasi dieci anni ha visto dimezzati gli introiti, indebolita dalla pirateria online e mai rafforzata dalla vendita tramite web. Per Fabio Luzietti dj e responsabile della programmazione musicale di Radio Città Futura, testimone newyorchese dell’ultimo giorno di chiusura del Virgin store, passare tra gli scaffali ha portato con sè «una sensazione di grande tristezza.

L’impressione è stata di vedere un simbolo della crisi globale, i due Virgin store erano a New York il simbolo del negozio di dischi. La chiusura di Union Square è un monumento al crollo delle vendite dei cd. A Times Square le serrande abbassate da marzo fanno un certo effetto, è l’unico negozio chiuso della zona, sono rimaste accese solo le insegne, sotto le quali la gente si dava appuntamento.

I Virgin store nascevano come luoghi multimediali, potevi assistere a showcase e concerti. Una formula a cui sono andati dietro tutti, da Fnac a Feltrinelli. Era stata tracciata una linea: ti vendo il disco e il concerto nello stesso negozio. Per Branson però, investitore europeo in un mercato molto competitivo, è il fallimento generale di un progetto. O sono grossi guadagni, o niente. E comunque anche le altre catene, americane, hanno chiuso, perchè hanno aftto i conti con i numeri della crisi. Adesso rimangono i piccoli negozi, che hanno regole diverse».

Il cd come supporto sta tirando le somme, la musica è digitale, i negozi oggi si sono trasferiti online. Un esempio è Itunes della Apple, un’applicazione per Mac nata come per riprodurre musica sul pc a cui la Apple ha collegato il megastore online. Persino su Youtube oggi c’è la possibilità di acquistare online le tracce legate ai video.La chiusura dei Virgin Store è anche il segno evidente di come abbiano reagito le case discografiche a questi cambiamenti. «La Apple ha preceduto le case discografiche, vendendo i lettori mp3 e la musica online. I settori digitali delle case discografiche sono rimasti solo dei progetti nei cassetti, ora invece fanno i conti con la crisi.

Solo Apple ha fatto una scelta vincente, unendo il lettore musicale con le canzoni, anche se da noi le vendite online di Itunes sono irrisorie. Infatti tutto si muove con l’hardware: prima l’Ipod ora l’Iphone. Poi c’è il donwload illegale. È una situazione da cui non si uscirà facilmente. Non hanno capito per tempo che stava cambiando».

In Francia per contrastare il download illegale audio e video hanno varato a maggio una legge molto restrittiva (poi però bocciata dalla Corte Costituzionale). «Il provvedimento francese ce lo dovremmo aspettare anche qui da noi, ma per come è strutturato e per i numeri che ci sono dietro, mi sembra inapplicabile, nel senso che serve più a mettere paura, alla lettera dovrebbero prendere tutti. Inoltre scaricare in completo anonimato non è così difficile, e allo stesso tempo chiunque può agganciarsi alla mia rete come alla tua e scaricare illegalmente. Diventa complicato dimostrare il contrario».

Che fine farà il cd, verrà sostituito? «La strategia ora è quella di vendere il cd in una versione particolare, magari con dvd allegato: è l’idea di un supporto dal valore aggiunto, come doveva essere fin dagli inizi del cd: maggiore spazio rispetto al vinile, impossibile da rigare (mentre non è stato così) e a prezzo ridotto. E invece il prezzo non è mai sceso. La crisi ruota intorno al costo di cd. Si vende una confezione particolare a chi ha voglia di avere l’oggetto, ma la massa no. Il digitale ha cambiato la fruizione della musica. Si vende il singolo, due canzoni, non il cd o l’album. La mossa Apple è stata puntare sulle vendite singole.

Chi ha perso di più? «Tutti hanno perso. Quello dei Coldplay è il disco più venduto dell’anno, ma come numero di copie è meno della metà del disco precedente. Gli incassi si fanno con i concerti dal vivo. I dischi d’oro si sono abbassati: da 100 mila a 30 mila copie. Si spiegano così fenomeni estemporanei di band di nicchia che svettano in classifica. Hanno lo zoccolo duro che comprano il disco, poi basta. Gli italiani Baustelle si fermano a 40/50mila copie. Vendono solo i Tiziano Ferro e Vasco Rossi.

Tra pochi giorni ricorre l’anniversario del Walkman. La rivoluzione digitale nacque da lì? «Il walkman è stato un momento di rottura. Lo erano state le audiocassette con cui si potevano fare le playlist personali. Trent’anni dopo i lettori mp3 sono la versione tecnologica del Walkman. Tutto in digitale».

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