Vita di Patti Smith, reduce degli anni 70

Dream of life. Al cinema e in dvd il documentario di Steve Sebring sulla «mamma rocker dai capelli grigi», girato tra il 1995 e il 2007. Una storia oramai «privata», tra lutti familiari e l’addio a Ginsberg e Mapplethorpe.

«Lavoravo in una libreria, disegnavo, posavo per Robert Mapplethorpe, scarabocchiavo tra i miei taccuini. Vagavo tra le macerie degli anni 60. Tanta gioia mischiata a malcontento, tante voci levate e represse, il retaggio della mia generazione pareva in pericolo. Sono riuscita a esprimermi attraverso la sgraziata forma del rock. Forse non sono stata niente altro che una pedina incongrua, ma sono comuque grata per le mosse che ho fatto». Patti Smith ritorna a far parlare di sé con documentario sugli ultimi anni di carriera, Dream of life girato dal fotografo di moda Steve Sebring che la segue dal 1995. Presentato l’anno scorso alla Berlinale e al Sundance Festival, è uscito ieri nelle sale italiane ed è disponibile in libreria in dvd per Feltrinelli.

Ma è davvero una carriera quella di Patti Smith? O è da molto tempo, dal suo ritiro dalle scene nel lontano (per davvero) 1979 dopo un trionfale tour italiano (che consolidò il credito eccezionale presso il pubblico), solo un modo di vivere, il più naturale, il suo? L’immagine che scorre sullo schermo, è quella di una donna esile e ossuta dai capelli lunghi e grigi, un volto sempre spigoloso, una magrezza severa, vestita casual, mamma di due ragazzi. I materiali video e audio sono stati raccolti nell’arco di 12 anni: concerti, reading, interni familiari, vita comune. Ma l’impressione è che sia un film girato tutto d’un fiato e quindi specchio di una vita senza pose, su una icona in disarmo ma non da se stessa, che non viene investita di nuove urgenze (anche se da Katrina a Guantanamo la sua denuncia è sempre rabbiosa) e che dopo un silenzio durato 16 anni, non ha più prodotto dischi all’altezza. Nonostante il declino, il film è una dimostrazione di affetto verso una stagione di “intoccabili” personalità, sospese nel ricordo incantato dei fan.

Mentre Dream of life è il dolente ritratto di un personaggio non replicabile, che appartiene solo a sè stesso e alla sua stagione, non c’è magia di rievocazione, ma la sensazione di un furore spento che continua a fuoco basso solo per difendersi dalla vita che con Patti Smith non è stata generosa: «è stata una nottata assurda al Chelsea hotel quella sera» ricorda il suo amico commediografo Sam Shepard, «hai ancora quel tatuaggio?» replica la Smith indicando però senza occhiali la mano sbagliata di Shepard, che a sua volta le chiede di vedere il suo, mostrando le gambe «sempre le stesse, bianche e secche».

Sebring mette insieme così la storia di una reduce suo malgrado: cresciuta nella controcultura dei sixties (una poetessa affascinata da Rimbaud, Baudelaire, Blake e dai lisergici Beat americani che passa dai reading a cantare in un disco prodotto da John Cale) ed esplosa nei 70 nell’underground newyorchese (Lou Reed, Warhol, Dylan) 4 intensi anni di performance, recitazione e attitudine punk culminati in Horses, uno scarno rock elettrico e una voce passionale (Because the night scritta per lei da Springsteen è l’immortale sigla di Fuori orario). Per poi nascondersi agli anni 80 (e al mondo del business) per poi venire sconvolta dai novanta. È il decennio in cui perde il suo pianista Richard Sohl e Robert Mapplethorpe, il grande fotografo di Long Island suo amico (di cui la Smith conserva le ceneri, che mostra e si porta appresso), il fratello Tod e il marito Fred Smith, musicista.

Ed è nel segno del lutto che si apre il documentario che va così incontro al “benevolo” entusiasmo di cui ancora gode la ragazza che sognava il folk e finì inghiottita dalle grandi città, Chicago, New York, Detroit. Il senso del lutto comprende anche la morte degli alfieri di un’altra America: «il guru» Ginsberg, «l’omosexual» Burroughs, «il mortale» Corso, che ricorda al cimitero acattolico di Roma. In Italia torna nel 1996 (a Correggio, Festa dell’Unità), con Gone Again, disco prodotto da Michael Stipe dei Rem. Almeno la grinta sul palco non è smarrita. In Dream of Life la vediamo continuare a esibirsi, arrabbiata, spalle alla bandiera americana da difendere, «noi accusiamo G. W. Bush di aver insudiciato il nome di questo paese». Ma l’immagine più autentica di Patti Smith è quella finale, «soltanto» una mamma orgogliosa del proprio figlio vestito sul palco con i panni del padre, lutto mai chiuso. E il mestiere di rocker diviene un mestiere di vivere, senza pretese.

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