Riformista: sex offender registry e social network

Le nuove mappe sono umane non spaziali.  L’umanità perditempo galleggia tra database e social network mentre l’altra metà del pianeta le va appresso, carnefici e controllori. La privacy è un concetto tirato per la giacca, con equivoci e sovrapposizioni. Ne approfittano i prestigiatori delle identità online, in quelle grandi città che sono i social network. I Sex Offender Registry americani non fanno prigionieri. La criminalità legata ai reati di molestia violenza e abusi su donne e minori, viene catalogata e fotografata fino al citofono di casa.

FACEBOOK E DERIVATI.  “LOTTA TELEMATICA E SENZA PRIVACY ALLA PEDOPORNOGRAFIA”
Mappe antipedofili sui social-network americani

La consapevolezza è la vostra migliora difesa” avverte il banner sul sito, mentre spunta fuori una testa di bulldog, il cane da guardia di una serenità familiare violata, in cerca di sicurezza perché l’erba del vicino è sempre più insidiosa. Sex offenders and sexual predators live in your area: l’Illinois di Obama, la Georgia e poi Kentucky, Virginia, Nebraska, Utah, fino al Texas di Bush, la maggior parte degli Stati americani ha reso pubblici l’elenco dei pedofili, degli stupratori e dei molestatori. Oltre a Familywatchdog.us – che come un magnete affidabile raccoglie tutte le informazioni trasversalmente – alla voce sex offenders registry si affiancano una serie di portali online interamente dedicati che aggiornano quotidianamente il registro dei criminali sessuali, accessibili a chiunque, semplici e immediati, alla portata di tutti a partire dai bambini, genitori parenti, anziani, amici, curiosi. Un form da compilare con i dati essenziali, magari i propri per poter dormire sonno tranquilli, quindi un nome, la via, il codice postale. Basta anche una sola città ed ecco apparire una mappa. Quella di San Antonio, Texas, sembra l’elenco delle gelaterie del centro di Roma, decine di quadratini rossi che conducono a informazioni dettagliate.

Ogni scheda rivela l’immagine, il peso e l’altezza, le sue caratteristiche fisiche, l’indirizzo di casa, tutti i suoi precedenti, le distanze dalle scuole e dai luoghi frequentati dai bambini, inoltre i vari alias e nick name utilizzati tra il web e l’adescamento per strada. Ma anche il numero della carta d’identità, il posto di lavoro e dove ha lavorato in precedenza. Non viene citato il nome dell’azienda ma con l’indirizzo e google map – con vista sulla strada – ci si può fare un’idea: è un commesso di un negozio, di una officina, fa le pulizie in un concessionario d’auto? Sono tutti dati condivisibili, pronti per essere inoltrati via mail per una catena di avvisi.

Di fronte a una mole del genere di dettagli e uno scenario da città assediate, la tentazione lombrosiana è forte, ma più della suggestione per una foto è la forza dell’impressione dettata dall’informazione che “rimane”: quel volto ha quella casa e lavora lì. E la privacy?

La domanda se l’è fatta anche Becky Spraggs, 22 enne inglese, già madre di tre bambini,quando ha scoperto che sulla community fetis & bdsm FetLife era stato creato un profilo con delle sue immagini prese da Facebook, l’altra grande community online insieme a Myspace. La notizia è rimbalzata ovunque,  con inesattezze e voglia di montare per forza un caso. Per aprire un account su LetLife (che non è “un sito porno”) ci vuole meno di un minuto. Caricare una foto ancora meno. Se si è amici di Becky tramite Facebook, e le impostazioni personali della privacy non sono state corrette dal proprietario, salvare qualche foto dal suo profilo, richiede due click di mouse. Il resto è uno scherzo pesante.

Ma forse la notizia vera è che dopo il gran rifiuto posto da Yahoo (il secondo motore di ricerca al mondo, ma anche proprietaria di Flickr il primo social network dedicato alle immagini) Microsoft sarà partner esclusivo in termini di piattaforma pubblicitaria di Facebook, per il quale inizierà a vendere pubblicità, oltre che negli Stati Uniti, anche a livello internazionale. Anche se probabilmente è una mossa contro Facebook, l’esempio di Becky rimane.

In Italia la legge sulla privacy non permette la divulgazione dei registri dei sex offender, ma questa naturalezza di sharing, condivisione (la chiave di tutti i social network) di cui non solo il marketing tende ad approfittare, rappresenta un eccesso di dati e informazioni personali che viaggiano senza certificati di sicurezza e con rara consapevolezza da parte dell’utente, e che preoccupa il nostro Garante per la privacy. I giovani dimenticano “che sulla rete corrono idee insieme a forme perverse e abiette di comportamenti umani”. Un’abiezione chiamata pedofilia, con i suoi numeri impressionanti, come denuncia il nuovo Safer internet 2009-13, il pacchetto di misure approvato dal Parlamento europeo e dalla Commissione contro gli abusi online a danno dei minori.

La vecchia Europa batte l’America, il 61% dei clienti e dei consumatori della pedofilia online risiede nel vecchio continente. Lo sfruttamento sessuale dei minori su internet ha un valore di oltre 4 miliardi di dollari l’anno. Due bambini su tre , tra i 10 e 11 anni hanno accesso alla rete. Tra i 12 e i 13 la percentuale sale all’85%. Tra i 12 e i 15 , oltre il 70% dei ragazzi naviga per almeno tre ore. Questa esposizione incontrollata avviene mente sul mercato girano 500 mila immagini pedopornografiche originali, secondo i dati Interpol.

Becky condivideva anche le foto dei figli, altro materiale da saccheggiare. Al momento dell’iscrizione a Myspace l’informativa sulla privacy cerca di arginare il possibile. I minori hanno il profilo privato cioè non pubblico. Per accedere bisogna essere iscritti, per questo è frequente il caso di identità camuffate –età e precedenti penali- per ottenere immagini ma soprattutto fiducia, si chiama grooming: manipolazione psicologica per scopi sessuali.

Proprio a San Antonio Charles Cathey, già segnalato sulle mappe, è stato arrestato a luglio insieme ad altre 4 persone con l’accusa di aver usato illegalmente Myspace. In totale dal maggio del 2007 sono 28 i sex offenders arrestati per la stessa violazione dal procuratore generale Greg Abbot. Nel frattempo dopo forti pressioni esterne e misure graduali interne come i 7 mila profili cancellati nel 2006 perché per la polizia risultavano sex offender e i quasi 30 mila utenti con precedenti per reati sessuali espulsi dal sito nel luglio 2007, Myspace è corsa ai ripari: ha stipulato a gennaio un accordo con 49 stati per lo scambio diretto di informazioni e segnalazioni con i procuratori generali. Nonostante la forte cooperazione, manca ancora un software che verifichi l’esatta età degli iscritti, dichiara Abbott.

C’è bisogno quindi di altre mappature preventive e soglie di sbarramento ancora più incrociate, misure al momento comunque aggirabili con una semplice bugia. Un mercato delle bugie da sconfiggere.