La Bacchelli vince l’oblio di Strati
Dicembre 23, 2009
Non sarà inciucio ma la mobilitazione bipartisan in Parlamento sostenuta da Franco Laratta (Pd), Marco Minniti (Pd), Maria Grazia Laganà Fortugno (Pd), Doris Lo Moro (Pd), Cesare Marini (Pd), Rosa Villecco Calipari (Pd), Angela Napoli (Pdl) e Mario Tassone (Udc), è valsa il riconoscimento della legge Bacchelli per l’anziano scrittore, Saverio Strati. Che non vuol dire solo il sussidio mensile di 1500 euro per sanare la situazione dello scrittore di origine calabrese (nato a Sant’Agata del Bianco, in provincia di Reggio Calabria, il 16 agosto 1924) che vive in stato di indigenza nella sua casa di Scandicci, alle porte di Firenze, dove abita dal 1961 con la moglie svizzera Hildegard.
Per Strati la decisione del Consiglio dei Ministri rappresenta anche l’uscita dall’oblio letterario: «Ora non mi sento più solo -ha dichiarato – sono felice per questo riconoscimento che interrompe, di fatto, un lungo periodo di silenzio intorno alla mia persona e alla mia opera. Rimangono i disagi dell’età avanzata, ma adesso forse riuscirò meglio a superare le difficoltà economiche degli ultimi 15 anni, che hanno angustiato non poco la mia vita quotidiana».
Intervista con Joe Lansdale
Luglio 12, 2008
“L’America? preferisco raccontarla da lontano”
Joe Lansdale è un placido signore che scrive noir e rilascia lezioni private di arti marziali, dal ’97 ha aperto una sua scuola, il Lansdale’s Self-Defense Systems. In Italia grazie all’editore Fanucci e poi a Einaudi è oramai di casa. Texano come il suo presidente, non va però a caccia, “ci andavo da ragazzo quando eravamo poveri, adesso i polli sono più facili da cacciare al supermercato”.
L’ultima sua fatica s’intitola La morte ci sfida, un tributo alle riviste pulp, ai fumetti e ai b-movie dell’orrore. Il libro inizia con una dedica al lettore: “questo non è un libro per grandi riflessioni: popcorn, bicchierone di coca cola e ti metti a sedere sul divano”. Un po’ di snobismo da parte di Lansdale, poi il racconto s’alza di tono, mescola i generi, li forza, con il solito autocontrollo.
A marzo è uscito il Carro magico, ora ritorna con La morte ci sfida, il suo ennesimo libro.
E’ vero mi considerano un autore prolifico, Ad ogni presentazione mi dicono sempre la stessa cosa, ma consideri che scrivo da 30 anni, più o meno un libro e mezzo all’anno. Non una media eccezionale, secondo me. Philip K. Dick ha dedicato addirittura un libro al suo agente delle tasse.
Scrivere lo considero un esercizio regolare se vuoi vivere con la scrittura, per me sono sufficienti tre ore al giorno per 5 giorni alla settimana. Adesso sto scrivendo un racconto lungo e due brevi, una sceneggiatura per un film e uno script per un serial televisivo.
Sono molti i registri che attraversano la sua scrittura. Quanto tempo ha dedicato all’elaborazione di un romanzo come La morte ci sfida?
Mi piacciono le cose leggere come quelle non leggere, così passo dal fumetto a te mi e soluzioni più serie. Quando ho scritto questo libro mi stavo divertendo, l’ho preso come una vacanza. L’ho buttato giù in 15 giorni, l’ho scritto tra due libri serissimi. Lo desideravo fin da ragazzo, poi è stato pubblicato a metà degli anni ottanta, poi riadattato oggi. Per certi versi in anticipo con lo stile di Quentin Tarantino. Mi sono bastati altri quindici giorni per scrivere una sceneggiatura, che è stata comprata da una società francese. La Warner ha fatto molte offerte ma inutilmente. In tutto sono undici le sceneggiature opzionate per un film.
La critica le riconosce di non avere pregiudizi di stile e di genere, di temi e ossessioni.
Ci sono molti lettori affezionati al libro prediletto e al genere scelto per la singola opera, ma quando scrivo penso che tutti i lettori siano come assenti detesto le aspettative, sentirmi osservato mentre scrivo, perché scrivo fondamentalmente per me stesso e mi piace spaziare tra i generi. Mi lascio prendere dai personaggi, sono loro a decidere dove andare e allo stesso tempo a fare i conti con il mio inconscio, di uno che ha letto e scritto tantissimo da sempre.
In un altro libro precedente ha raccolto la sfida di romanzare persino Batman.
Quando ho cominciato non erano in pochi a dirmi di lasciar perdere, pensando che io avessi aspirazioni più strettamente letterarie. Ma io amavo Batman, scriverne è stato un brande piacere per cui non ho avuto nessuna difficoltà a trattare la materia. Spesso qualche lettore si confonde, non riesce a capire in che direzione muove la mia scrittura. La sfida è stata scrivere un romanzo in tutti i sensi, non per ragazzi o un semplice adattamento. Sicuramente non ne avrei scritti dieci di romanzi su Batman. Più che sufficiente scriverne uno, con il quale ho ricavato quattro puntate per la serie tv.
Lei ha più volte dichiarato che il suo paese, il Texas, è uno stato mentale.
Sono un liberal dell’east Texas. Forse per qualcuno è difficile capire cosa voglia dire. Vivo in un paese dove tutti hanno un camioncino e il fucile accanto. Mi sono appassionato alle arti marziali per difendermi e porto in faccia tutti i segni, i bei tratti del viso, naso rotto compreso, sono frutto di esperienza. Quanto amo il presidente Bush.. Esiste un calendario in America dove per ogni giorno c’è una frase stupida del presidente. Non è da tutti riuscire a mettere in fila una sequenza simile. Preferirei avere uno scoiattolo come presidente, anzi a pensarci bene lo abbiamo. Per questo motivo mi piace quando non sono in America, posso dire quello che mi pare. Sono un animale politico, non posso fare a meno di affrontare certi temi sociali, ma anche se sono un indipendente che ha sempre votato democratico, la mia scelta politica non ha nessuna importanza quando scrivo.
( Epolis, luglio 2008 )
Intervista con Eraldo Affinati
Luglio 1, 2008
“E’ come se accompagnassi alla maggiore età mio padre, anche lui orfano”
Di storie Eraldo Affinati ne ha sempre raccontate molte, partendo dalla propria esperienza di vita, incapace di inventarne una per sua stessa ammissione “Ho bisogno di scrivere per capire quello che ho fatto nella vita”. Il suo undicesimo libro, la Città dei Ragazzi (Mondadori), lo scrittore romano, giornalista e insegnante di italiano e storia, ha narrato una storia particolare, dove si intrecciano un viaggio in Marocco con due allievi, il rapporto di un insegnante con la comunità di recupero della Città dei Ragazzi, le storie dei ragazzi stranieri, tra cui moltissimi musulmani, e quella travagliata della famiglia dell’autore.
Come nasce il suo rapporto con la Città dei Ragazzi?
Quando 5 anni fa chiesi il trasferimento come insegnante di storia e italiano dall’istituto professionale Cattaneo che nella Città ha una succursale, il preside mi disse che nessuno aveva mai chiesto di andare ad insegnare in quella realtà. Perché da tempo tutti i ragazzi sono stranieri, afgani, maghrebini, slavi, e sono minorenni, dai 14 ai 18 anni. Dopo la maggiore età devono andare via, finisce il permesso di soggiorno per minore età, trovare un lavoro per continuare a studiare. diventare adulti.
Anche se sotto la forma di romanzo, è quindi un libro autobiografico
E’ la storia della mia esperienza alla Città dei ragazzi, la comunità educativa che sta alla Pisana a Roma, nata dopo la seconda guerra mondiale quando un sacerdote cattolico irlandese Carroll-Abbing decise di dare un tetto agli orfani italiani che avevano perduto tutto. I ragazzi avevano bisogno di ricrescere, ritrovare un’identità, ricostruire la propria vita. Così Abbing volle creare una città una città dentro la città, concepita così anche nelle istituzioni, con l’elezione del sindaco, l’assemblea, una moneta, gli assessori alla sanità, allo sport.
Più di una storia si intreccia nel libro, una questione privata con cui lei è affine ai ragazzi
Mio padre è stato un orfano, figlio di una ragazza madre che è morta quando era appena un ragazzo. Idealmente è come se insegnando agli orfani oggi, io risarcissi mio padre di quello che non ha avuto. Anche mia madre è stata protagonista giovanissima di un avventura terribile, orfana di padre, partigiano fucilato, riuscì a fuggire dai vagoni diretti ai Campi. Sono figlio di due persone che mi hanno comunicato un senso di vuoto e smarrimento che però non sono riusciti a elaborare. Io vengo dal nulla, i miei avevano la 5° elementare, a casa non c’era un libro. Capisco lo sconforto e lo smarrimento dei ragazzi, e loro percepiscono che tra noi c’è un segreto comune.
Cosa l’ha spinta a intraprendere un viaggio in Marocco?
Sono abituato da sempre a un rapporto diretto con gli alunni, convinto che non ci può essere comunicazione se non crei un amicizia prima con chi ti ascolta. Conoscendoli ogni giorno sempre di più, vivendo quotidianamente i loro sconforti, le loro solitudini, gli entusiasmi, è successo che due di questi ragazzi mi hanno chiesto di riaccompagnarli a casa. Mancavano dal Marocco dall’età di 12 anni, quando fuggendo avevano attraversato il mediterraneo. Mi è sembrato di veder accolta una richiesta che non avevo ancora osato formulare. Avevo domande senza risposta: perché la fuga? da cosa erano esattamente scappati, chi erano i loro padri? Una volta arrivato lì, ho visto le risposte davanti ai miei occhi: la scuola era un container nel deserto, senza luce né acqua né prospettive di lavoro. Per alcuni che provengono dalla Sierra Leone la fuga vuol dire non diventare bambini soldati, gli afgani non possono tornare per via dell’asilo politico.
Dopo l’impresa di arrivare fin qui, per questi ragazzi non è facile ricominciare
La difficoltà è imparare una lingua nuova, a scuola molti si esprimono con un italiano ancora in divenire. La lingua è il primo passo per farsi accettare avendo due identità da coniugare, quella italiana e araba. L’italiano diventa una lingua ortopedica, i ragazzi imparano a pensare, ricreando il mosaico distrutto di una vita spezzata. Nella scuola trovano finalmente un limite alle loro fughe, la possibilità di incanalare l’energia, hanno bisogno di adulti credibili e di contare tutti alla stessa maniera.
La realtà esterna che già vivono di pomeriggio, comprese le storie adolescenziali, è come una calamita, vogliono essere come noi, si vestono come noi anche in maniera caricaturale. È una sfida riuscire a farsi accettare, una sfida che però vincono successivamente attraverso il lavoro.
(Epolis, aprile 2008 )
Intervista con Carlo Lucarelli
Giugno 30, 2008

“Resto per natura uno scrittore di romanzi”
Raccolte, antologie, curatele, inchieste, in realtà dalle librerie non si è mai allontanato anche se al suo primo amore, il romanzo, torna dopo sette anni di assenza con l’Ottava vibrazione (Einaudi). Nel frattempo Carlo Lucarelli è diventato un volto televisivo molto familiare, conduttore di Blu Notte, già sceneggiatore, giornalista e ovviamente scrittore di noir e gialli. Appassionato della faccia oscura di un Italia fatta di delitti irrisolti e di stragi controverse, adesso Lucarelli narra il nostro passato coloniale, partendo da una città dell’Eritrea decadente e assolata, Massaua, 1896, un mondo militare fatto di lingue diverse che si sovrappongono in un contesto straniero, un’Africa altrettanto polifonica e una disfatta, quella di Adua alle porte.
Il suo è un libro molto sentito, a tal punto da tracciare un confine rispetto ai suoi tanti impegni.
Se esistesse un conflitto di interessi per gli scrittori, e dovendo decidere un ambito solo di lavoro, non ho dubbi sceglierei il romanzo. Anzi questo romanzo in particolare. Per me è come un esordio nuovo, lo percepisco anche dall’entusiasmo e dal nervosismo con cui si muove la mia curiosità verso le reazioni dei lettori. Non che prima fossi sicuro di me ma la consapevolezza era diversa. Ho avuto molto tempo per scrivere, 4 anni di progetto, gli ultimi due a scrivere in maniera intensa. Sono andato più volte d’estate in Eritrea, trovando un caldo torrido che ti impone di muoverti come una lumaca e che ha cambiato anche il tempo narrativo della scrittura. Non è una storia intensa che si brucia subito. È un romanzo di ampio respiro dove storie diverse vengono schiacciate dagli eventi.
Tante voci e suggestioni messe insieme, da quale è partito?
Parte tutto da un’immagine un flash, una bambina che balla in un posto esotico, non si sa bene dove. Questa immagine l’ho incontrata due volte e non credo sia merito della cosiddetta ispirazione quanto del ritrovarsi recettivi, soprattutto con lo sguardo. Ero in una libreria di viaggi, sfogliavo pubblicazioni con immagini e cartoline di fine ‘800 sull’Italia coloniale ed ho incrociato l’immagine di quella bambina. Durante uno dei viaggi in eritrea, a cena, sento delle musiche, mi volto e c’era di nuovo quella bambina che ballava. Nulla di inquietante, semplicemente immagini uguali, come la verifica di una storia che c’è, che esiste qualche parte.
Una storia che piano piano aumenta di consistenza coinvolge La storia però si ingrossa.
È un’altra immagine, presa da Tex o da John Ford, un cavaliere col piumaggio e le lance e sotto di lui uno in divisa, forse l’apache e la giacca blu. Mi sono chiesto come tradurre in italiano una scena che poteva appartenere alla cultura del mio bisnonno, un guerriero del negus e un nostro soldato. Ho scoperto, con mia ignoranza e per paradosso, di sapere tutto del generale Custer, comprese le declinazioni dell’immaginario da eroe di Little Big Horn a sterminatore di indiani. Ma di Adua, per esempio, non sapevo nulla.
La storia del corno d’africa come un nuovo spazio narrativo?
Sì, per me è stata la scoperta di una sorta di far west che contiene un’epica drammatica e contraddittoria, avventurosa e torbida, un terreno perfetto per un narratore. È un mondo nuovo, suoni e colori da esplorare, drammi e violenze inaudite ma che ci appartengono.
Come si è trovato a gestire il materiale di questo Far West?
Sicuramente ho fatto degli errori. Alcuni si devono fare. La narrativa è verosimile, certe cose devono esserci, non è cronaca storica, è una storia di persone e suggestioni. Però questo è anche un romanzo storico, con cose importanti da raccontare, tra l’altro non si sceglie un periodo a caso. C’è qualcosa sfogliando le carte che ti fa guardare nella direzione di questa storia, come una memoria di eventi sepolti perché ritenuti scomodi, come un dibattito alla Camera sul perché andare in Eritrea: per esportare la democrazia in Africa o per agevolare gli interessi economici di qualche gruppo straniero? Una questione che già si poneva all’epoca.
Da dove viene il titolo del libro, cosa significa l’Ottava vibrazione?
Il titolo è una citazione da un poeta etiope, l’ottava vibrazione o anche armonia è nella teoria del colore il nero. Ho trovato questo verso in una banale guida lonely planet per turismo. Poi è iniziato il lavoro di documentazione tra saggi e memorialistica, i contatti, le ricerche, i viaggi. Quel verso però è restato perché perfetto.
(Epolis, aprile 08)










