Una raccolta di nuove interviste all’autore di “Fitzcarraldo” e “Grizzly Man”. Tutti i sogni e le manie del «bavarese tardomedievale».

«Detesto proondamente il concetto d’artista in questa epoca. L’ultimo re dell’Egitto, Farouk, ormai in esilio e tremendamente obeso, mentre divorava una coscia d’agnello dopo l’altra, ha detto una cosa veramente bellissima. “Oramai non ci sono più re al mondo, solo il re di cuori, il re di quadri, il re di picche e di fiori”. È rimasto solo un posto in cui si possono trovare artisti: il circo. Penso davvero che nel mondo dei pittori, dei romanzieri e dei registi cinematografici non ci siano artisti. Si tratta di un concetto che appartiene a secoli passati, in cui c’erano cose come la virtù, i duelli con le pistole all’alba tra uomini innamorati e le fanciulle che svenivano sui divani».

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Nel 1990 La Pivano va dal notaio: «Dopo la mia morte, bruciate i miei libri». Motivo? La delusione per i rifiuti e le perdite di tempo procurati dalle amministrazioni di Roma e Milano. Nessuno voleva i 50mila volumi dell’archivio personale. Nicolini prendeva tempo, Tognoli consigliava di tenerli a casa. Poi arrivò Luciano e una libreria speciale sotto la Madonnina.

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Non era una leggenda tra studenti universitari che si potesse andare a trovare Fernanda Pivano nella sua casa di Trastevere, anche senza appuntamento, semplicemente bussando alla sua porta. Bastava citofonare e si entrava nel caos di scaffali che traboccavano libri. Ed era vero. Un patrimonio inestimabile di libri che, divisi tra le case di Milano e di Roma, la Pivano nel 1990 aveva preventivamente stabilito dal notaio di voler destinare al rogo, e non in senso metaforico.
Come confessava a Mirella Serri nel 1997 sulla Stampa, «avevo fatto testamento e lasciato scritto, come mia ultima volontà, che i miei libri, dopo la mia scomparsa fossero bruciati. Non volevo, tra l’altro, che finissero frazionati in bibliotechine universitarie, dopo che gli accademici spesso hanno avversato il mio lavoro».

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Simboli.Ancora dubbi sulla storica immagine del reporter Usa. A rischio anche il ricordo collettivo della guerra civile di Spagna?

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L’odissea di Death of a Loyalist Soldier, il miliziano colpito a morte dalla truppe franchiste, la foto-simbolo della guerra civile spagnola realizzata dal fotografo americano Robert Capa, non è ancora finita. Di nuovo l’accusa di falso. Possibile? È quanto sostiene lo storico spagnolo José Manuel Susperregui, secondo il quale il paesaggio della foto, che Capa disse di aver scattato nel 1936 a Cerro Muriano, alle porte di Cordoba, non corrisponde affatto a quella località, ma ad una località chiamata Espejo, molto lontana dal fronte di battaglia.

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Intervista. Ha senso chiedere indietro i reperti trafugati? Più che le battaglie legali, valgono gli accordi extra. Il libro di Isman racconta la grande razzia degli anni 70: «l’assassinio della storia» dai tombaroli al Getty Museum. Il no di Copenaghen e i mediatori del mercato, Medici e Becchina, meticolosi archivisti di foto e ricevute.

L’Egitto rivuole il busto della regina Nefertiti, conservato all’Altes Museum di Berlino. Motivo? È uscito illegalmente dal paese. «Stiamo ancora raccogliendo le informazioni, ma pensiamo di avere materiale a sufficienza per inoltrare una richiesta formale di restituzione dell’opera presso il Museo di Berlino», ha dichiarato ieri alla stampa tedesca Zahi Hawass, responsabile delle antichità egiziane. La prima richiesta di restituzione risale agli anni 30. Silenzio assoluto fino a oggi. Indifferenza o cavillo giuridico? La realtà è che, come ammette lo stesso Hawass, «sembra che non ci siano documenti che provino formalmente che Nefertiti abbia lasciato l’Egitto in modo legale ed eticamente irreprensibile». Anche il governo di Atene di recente si è mobilitato contro il British Museum: oggetto del contendere i Fregi del Partenone, il cui prestito inglese al neonato Museo dell’Acropoli dovrebbe valere il riconoscimento della propietà britannica sugli stessi fregi.

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Nell’Udienza di Ferreri il candido e ingenuo Amedeo con la faccia di Jannacci, invece di fare le barricate o scrivere le lettere al direttore, andava a chiedere udienza al Papa, finendo respinto come Kafka sulla porta, mentre fuori infuriava il Movimento (era il 1971). Undici anni prima era stato Furio Monicelli con un romanzo a bussare, dal di dentro però, con uno spirito protestante e senza la maschera del grottesco, inaugurando a modo suo un decennio che avrebbe confutato l’idea di Autorità e Potere. Il Gesuita Perfetto, romanzo remoto ad opera di uno scrittore irregolare divenuto tanto celebre nel giro fulmineo di poche stagioni quanto più rapidamente scomparso dal mondo delle lettere, è stato di recente riportato in superficie dal film di Saverio Costanzo.

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Massacri e mutilazioni, cadaveri e brandelli e quell’alleanza “così mostruosa come quella della notte, della solitudine del silenzio e dei morti” a cui tenere testa sempre da soli e infelici, mai tra band of brothers: l’inferno in quel di Omaha del soldato Ryan inizia da qui, cinquanta anni prima, dai racconti di guerra di Ambrose Gwinette Bierce. Il secondo volume delle short tales che la Fanucci sta rieditando (Ambrose Bierce Tutti i racconti vol.2, i racconti di guerra postfazione di Ugo Rubeo, pp.238, euro 15), in precedenza sono usciti i racconti dell’orrore, è interamente dedicato alla Guerra Civile Americana, dentro alla quale lo scrittore si era tuffato da volontario con ardore giovanile, 4 anni di conflitto come attendente di campo e ricognitore dell’esercito nordista.

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Ancora un altro libro di Anthony Burgess, e meno male. L’ennesima pedina con cui l’autore inglese prova a fare scacco matto sul pubblico italiano. È un libro niente di meno che sull’importanza di chiamarsi Hemingway. Ma Burgess non era tipo da scoraggiarsi di fronte alle cime, prima le bio di Shakespeare e D.H. Lawrence, poi i sentieri di Marlowe. Un’attitudine quella delle biografie tutta anglosassone e sempre felice.

Ha del ridicolo che la fortuna di Burgess, ancora per molti, sia legata a un solo libro, quell’Arancia Meccanica strapazzata da Kubrick, che contribuì a raffreddare gli animi patrioti in vista della probabile assegnazione del Nobel. Anche da noi Burgess non ha avuto il successo che meritava: non aveva esegeti, non è mai diventato un autore di culto, più che conteso dagli agenti non riuscì a far innamorare di sé le case editrici che pure lo strapagarono (Rizzoli, Einaudi, Mondadori, Garzanti, persino i neoconservatori di Editoriale Nuova, e poi Fanucci che ha provato anni fa a rilanciarlo con l’inedito Il Dottore è ammalato). Ora tenta la via Minimumfax.

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