Nanda e i falò. I libri salvati da Benetton
Agosto 20, 2009
Nel 1990 La Pivano va dal notaio: «Dopo la mia morte, bruciate i miei libri». Motivo? La delusione per i rifiuti e le perdite di tempo procurati dalle amministrazioni di Roma e Milano. Nessuno voleva i 50mila volumi dell’archivio personale. Nicolini prendeva tempo, Tognoli consigliava di tenerli a casa. Poi arrivò Luciano e una libreria speciale sotto la Madonnina.

Non era una leggenda tra studenti universitari che si potesse andare a trovare Fernanda Pivano nella sua casa di Trastevere, anche senza appuntamento, semplicemente bussando alla sua porta. Bastava citofonare e si entrava nel caos di scaffali che traboccavano libri. Ed era vero. Un patrimonio inestimabile di libri che, divisi tra le case di Milano e di Roma, la Pivano nel 1990 aveva preventivamente stabilito dal notaio di voler destinare al rogo, e non in senso metaforico.
Come confessava a Mirella Serri nel 1997 sulla Stampa, «avevo fatto testamento e lasciato scritto, come mia ultima volontà, che i miei libri, dopo la mia scomparsa fossero bruciati. Non volevo, tra l’altro, che finissero frazionati in bibliotechine universitarie, dopo che gli accademici spesso hanno avversato il mio lavoro».
(recuperi) Le lacrime impure di Furio Monicelli
Aprile 20, 2009

Nell’Udienza di Ferreri il candido e ingenuo Amedeo con la faccia di Jannacci, invece di fare le barricate o scrivere le lettere al direttore, andava a chiedere udienza al Papa, finendo respinto come Kafka sulla porta, mentre fuori infuriava il Movimento (era il 1971). Undici anni prima era stato Furio Monicelli con un romanzo a bussare, dal di dentro però, con uno spirito protestante e senza la maschera del grottesco, inaugurando a modo suo un decennio che avrebbe confutato l’idea di Autorità e Potere. Il Gesuita Perfetto, romanzo remoto ad opera di uno scrittore irregolare divenuto tanto celebre nel giro fulmineo di poche stagioni quanto più rapidamente scomparso dal mondo delle lettere, è stato di recente riportato in superficie dal film di Saverio Costanzo.
(recuperi) Ambrose Bierce, i racconti di guerra
Aprile 14, 2009

Massacri e mutilazioni, cadaveri e brandelli e quell’alleanza “così mostruosa come quella della notte, della solitudine del silenzio e dei morti” a cui tenere testa sempre da soli e infelici, mai tra band of brothers: l’inferno in quel di Omaha del soldato Ryan inizia da qui, cinquanta anni prima, dai racconti di guerra di Ambrose Gwinette Bierce. Il secondo volume delle short tales che la Fanucci sta rieditando (Ambrose Bierce Tutti i racconti vol.2, i racconti di guerra postfazione di Ugo Rubeo, pp.238, euro 15), in precedenza sono usciti i racconti dell’orrore, è interamente dedicato alla Guerra Civile Americana, dentro alla quale lo scrittore si era tuffato da volontario con ardore giovanile, 4 anni di conflitto come attendente di campo e ricognitore dell’esercito nordista.
Satisfiction: Hemingway per Burgess
Gennaio 22, 2009
Ancora un altro libro di Anthony Burgess, e meno male. L’ennesima pedina con cui l’autore inglese prova a fare scacco matto sul pubblico italiano. È un libro niente di meno che sull’importanza di chiamarsi Hemingway. Ma Burgess non era tipo da scoraggiarsi di fronte alle cime, prima le bio di Shakespeare e D.H. Lawrence, poi i sentieri di Marlowe. Un’attitudine quella delle biografie tutta anglosassone e sempre felice.

Ha del ridicolo che la fortuna di Burgess, ancora per molti, sia legata a un solo libro, quell’Arancia Meccanica strapazzata da Kubrick, che contribuì a raffreddare gli animi patrioti in vista della probabile assegnazione del Nobel. Anche da noi Burgess non ha avuto il successo che meritava: non aveva esegeti, non è mai diventato un autore di culto, più che conteso dagli agenti non riuscì a far innamorare di sé le case editrici che pure lo strapagarono (Rizzoli, Einaudi, Mondadori, Garzanti, persino i neoconservatori di Editoriale Nuova, e poi Fanucci che ha provato anni fa a rilanciarlo con l’inedito Il Dottore è ammalato). Ora tenta la via Minimumfax.











