Gian Carlo Fusco. Il Cassano desolato della letteratura ancora ignorato dai manuali
Settembre 17, 2009
Il 17 settembre del 1984 se ne andava lo scrittore-giornalista di “Duri a Marsiglia” e “A Roma con Bubù”. Considerato un “mestierante” come Leone, è il padre di opere rimosse dalla critica italiana e dalle storie letterarie, ma soprattutto un grande scrittore irregolare. Abbiamo chiesto il perchè di questa esclusione a Giulio Ferroni e Walter Pedullà, Luigi Bernardi curatore di Stile Libero Noir, Beppe Benvenuto editor delle fortunate ristampe Sellerio, a Dario Biagi autore della biografia “L’incantatore”, e a un suo storico estimatore, Franco Cordelli. Con qualche sorpresa nelle risposte.

«Chi fu Gian Carlo Fusco, nato nel 1915, morto nel 1984, ligure e anche viareggino, anche marsigliese (a suo dire) e cresciuto, vissuto, trasformato mille volte? Una ponderosa opera critica, dedicata agli autori italiani, non lo nomina nemmeno. Le piccole enciclopedie non lo annoverano. Fusco rischia di venire ricordato solo oralmente dagli amici ormai attempati». Sono parole di Giovanni Arpino, nel 1987 al tempo della ristampa Einaudi di Duri a Marsiglia, uno dei libri più riusciti di un «novellatore straordinario e intrattenitore da caffè notturno».
Da allora le cose in parte sono cambiate, sono passati esattamente 25 anni dalla morte di Fusco ma la domanda rimane: «Perché non viene citato nei manuali? Se lo chiedeva anche Oreste Del Buono. Fusco era un giornalista in prestito alla letteratura, malvisto dai compilatori delle nostre lettere, scriveva su Playmen e altre riviste che non erano accettate», racconta Luigi Bernardi, curatore nel 2005 di Stile Libero Noir che fece riemergere dal catalogo Einaudi il titolo perduto, «ma non c’entrava niente con l’ondata giallistica e noir. Di sicuro ci sono più libri suoi oggi che quando era in vita. La storia prima o poi gli darà ragione. Era come Sergio Leone, considerato un mestierante».
Classifica Dedalus, PordenoneLegge
Aprile 10, 2009
Voglio entrare in classifica cantavano gli Skiantos. Ecco la mia, o meglio, ecco quella mia e di altri 99. E’ la classifica di qualità promossa da PordenoneLegge, cioè da Gian Mario Villalta, Alberto Garlini, Valentina Gasparet), e dai membri del Premio Stephen Dedalus, Alberto Casadei, Andrea Cortellessa, Guido Mazzoni, Antonella Anedda e Walter Siti.
Per comodità nomi e cognomi e punteggi si trovano qui. Erano ammessi solo titoli da settembre fino a oggi, di autori contemporanei ma soprattutto viventi.
Che dire? Che Vasta sbaraglia tutti, e che il già futuro Strega Del Giudice viene per secondo, con venti punti di meno, stretto da Scarpa, Pincio e Piccolo. Quindi la scontata vittoria del premio non è così scontata per questi cento lettori.
Che Einaudi fa il pieno, con scrittori con una loro fisionomia precisa, mentre molti autori di genere – di cui pure si è stra-parlato e su cui pure hanno investito- rimangono al palo. Snobismo dei lettori? O erano snob alcuni incensamenti di questo autunno/inverno? Pure l’autore 2009 Bompiani, Scurati prende pochi e rari consensi.
La poesia non è donna.
La saggistica è schizofrenica. Su tutti l’ossessione per il nostro premier che nessuno riesce mai a raccontare. La vicevita sui treni scritta da un poeta conta di più dei trentamila download di NIE. Manica è l’unica raccolta old school di critica letteraria. Poi segue Calasso. Affinati neanche è uscito già schizza in alto. Pigrizia? Mettiamo un emoticon e curiosiamo ancora.
Commenti? un articolo di Paolo di Stefano sul Corriere, un tosto rimprovero di Cordelli sempre sullo stesso giornale, e sul Rifo una scorribanda del Mastra.
Satisfiction: Hemingway per Burgess
Gennaio 22, 2009
Ancora un altro libro di Anthony Burgess, e meno male. L’ennesima pedina con cui l’autore inglese prova a fare scacco matto sul pubblico italiano. È un libro niente di meno che sull’importanza di chiamarsi Hemingway. Ma Burgess non era tipo da scoraggiarsi di fronte alle cime, prima le bio di Shakespeare e D.H. Lawrence, poi i sentieri di Marlowe. Un’attitudine quella delle biografie tutta anglosassone e sempre felice.

Ha del ridicolo che la fortuna di Burgess, ancora per molti, sia legata a un solo libro, quell’Arancia Meccanica strapazzata da Kubrick, che contribuì a raffreddare gli animi patrioti in vista della probabile assegnazione del Nobel. Anche da noi Burgess non ha avuto il successo che meritava: non aveva esegeti, non è mai diventato un autore di culto, più che conteso dagli agenti non riuscì a far innamorare di sé le case editrici che pure lo strapagarono (Rizzoli, Einaudi, Mondadori, Garzanti, persino i neoconservatori di Editoriale Nuova, e poi Fanucci che ha provato anni fa a rilanciarlo con l’inedito Il Dottore è ammalato). Ora tenta la via Minimumfax.
David Foster Wallace, stavolta l’Oblio è il suo
Settembre 14, 2008
Forza Simba è un lungo reportage commissionato da RS a David Foster Wallace durante la campagna elettorale per le primarie del 2000. Wallace libero di scegliere il proprio candidato, decide di seguire il senatore repubblicano dell’Arizona John Mccain, proprio lui. Sette giorni in cammino con un anticandidato. Con qualche giorno di ritardo è arrivata la notizia della morte dell’autore di Oblio e della Scopa del sistema. Mccain è invece in piena corsa per diventare presidente degli Stati Uniti. 46 gli anni di Wallace. 72 quelli di Mccain. Da che parte sta la vita? Forse da da quella delle maschere imperturbabili.
Scrittore di note e digressioni, novecentesco come pochi, Wallace introduce così il suo reportage sul senatore John Mccain, inserito in Considera l’aragosta: L’ultima cosa su cui mi vorrei soffermare altro non è che l’argomento dell’articolo stesso, che a conti fatti non è tanto la campangna elettorale di un individuo notevole, quanto piuttosto ciò che la candidatura di McCain e il fugace, bizzarro entusiasmo che ha generato possano mostrare come si sentono gli elettori americani di fronte a questioni politiche millenarie, e a tutto il bagaglio di packaging e marketing e strategia e media e manipolazione e sepsi generalizzata che le accompagna, cercando inoltre di capire se al giorno d’oggi una qualunque persona che si candidi a una qualunque carica possa ancora essere “reale” e se ciò che noi davvero vogliamo sia qualcosa di reale, oppure qualcos’altro. Che funzioni o meno sul vosro schermo o sul vostro palmare, per me tutto ciò si è rivelato importante in modi che trascendono qualsiasi persona o rivista.“
E conclude il suo pezzo per Rolling Stone dicendo ,”piazzista o leader o tutte e due le cose o nessuna che sia, il paradosso finale – quello più minuscolo e centrale, perso nelle profondità remote di tutte le altre scatole e riquadri rotanti che formano il puzzle della campagna elettorale e rivestono McCain – è che il fatto che lui sia davvero “reale” dipende meno da ciò che c’è nel suo cuore che da ciò che c’è nel vostro. Cercate di rimanere svegli.”
per quanta riguarda le edizioni italiane di Wallace, due link su tutti:
i primi a pubblicare e sostenere la causa letteraria di David Foster Wallace
e questo speciale Rai libro
Intervista con Wu Ming 4
Luglio 26, 2008

“Stella del mattino è pura fiction”
In parte editori di se stessi, con libri che diventano in rete dei veri e propri progetti, con appendici di ogni tipo e altro materiale che si accumula intorno, il collettivo Wu Ming assiste al debutto come romanziere del suo numero 4 . S’intitola Stella del mattino, in copertina campeggia Lawrence d’Arabia, personaggio mitico e ambiguo “con cui non ci si immedesima ma si dialoga”, nel libro al centro di una storia particolare, un crocevia di destini già consumati dalla prima guerra mondiale e di ambizioni intellettuali da verificare.
Stella del mattino è ambientato a Oxford contrariamente a quanto ci si potrebbe aspettare, parlando di Lawrence
La scelta di Oxford, negli anni 1919/20, è precisa. Mi interessava la storia delle sue imprese vista però al momento del rientro quando Lawrence, un eroe ma anche un personaggio intricato e in parte patologico, deve fare i conti con la sua fama e col trauma post bellico. Il centro di Oxford è un compact di storia britannica, John Donne, Newton, Wilde. Intorno a Lawrence e a questa storia si muovono grandi nomi in erba, tutti giovani reduci dalla prima guerra mondiale: il poeta Robert Graves che provò a mettere in versi l’orrore delle trincee, J. R. Tolkien, che nel conflitto perse due cari amici, C. L. Lewis, autore del ciclo fantasy delle Cronache di Narnia. Tutti interessati allo studio del mito e alla ricerca personale di una strada, poetica o accademica.
Come nasce la scelta di concentrarsi sul personaggio di Lawrence d’Arabia?
Da bambino ero rimasto affascinato dal kolossal con Peter O’Toole, poi in età adulta ho letto i Sette pilastri della saggezza. La storia di Lawrence è un coacervo di battaglie tra critici e storici, fin da quando era ancora in vita. Non c’è accordo sulla sua figura, lui stesso ha fatto di tutto per avvolgersi di una cortina di verità e non verità. Inoltre quasi nessuno di quelli che gli furono accanto, sono riusciti a forare l’armatura del personaggio. Graves ha vissuto per tutta la vita con una immagine personale del suo amico, nonostante siano venuti alla luce negli anni i molti e controversi aspetti della personalità.
Lawrence è al centro di una storia ma non è l’unico protagonista
Volevo provare a riflettere su mito, racconto e storia, per questo ho usato Lawrence come un prisma, per farlo vedere con gli occhi degli altri, punti di vista non necessariamente conciliabili tra loro, che ne rappresentassero le tante sfaccettature. Loro che avrebbero inventato e studiato miti, ne avevano uno portata di mano.
Stella del mattino è pura fiction, un what if molto plausibile anche nelle forzature. Ho immaginato che i destini successivi degli altri, potessero coincidere con quanto disegnato qui (Tolkien in realtà non l’ha mai incontrato), e che ognuno riuscisse a trovare un punto di svolta nella propria vita passando attraverso Lawrence.
Come ci si trova a scrivere da solo e che cosa differenzia questo libro dalla produzione Wu Ming?
Siamo abituati a discutere tutto e tutti assieme, quasi una scrittura con editing incorporato, dove è impossibile avere dei blocchi visto che siamo in cinque. Ho lavorato molto appartato anche rispetto a tutti gli impegni di Wu Ming senza avere persone con cui confrontarmi. Gli altri lavori solisti nascevano da un’esigenza privata, personale. E infatti sono molto diversi tra loro. Qui confluiscono discorsi e tematiche comuni a tutti, a cominciare dal mito, con Lawrence come cartina di tornasole. La cosa più inedita per l’esperienza di WM (e che riesce a portare qualcosa al collettivo) è stato provare a concentrare unità di tempo spazio e luogo in poche centinaia di metri quadrati, proprio a Oxford, il parnaso della quiete accademica. Gli sprazzi epici ci sono ma come dei flash onirici, scritti in prima persona quasi per toglierli dalla storia.
Nel libro la questione medio orientale è vista da lontano. Più che i grandi temi, sembra esserci una riflessione particolare sulle scelte dei personaggi
È la storia di un gruppo di intellettuali che si trovano a riflettere alla fine di un passaggio della storia.. Lawrence guarda il proprio mito e lo trova ingombrante. Qualcuno ci ha fatto notare che poteva essere letta in senso autobiografico, su come eravamo 5 anni fa, quando ci siamo ritrovati a raccontare eventi, a fare mitopoiesi sul Movimento e sulle grandi scadenze internazionali, quando eravamo scrittori in prima linea, anche ingenuamente. Un fondo di verità c’è.
(Epolis luglio 2008 )
Intervista con Joe Lansdale
Luglio 12, 2008
“L’America? preferisco raccontarla da lontano”
Joe Lansdale è un placido signore che scrive noir e rilascia lezioni private di arti marziali, dal ’97 ha aperto una sua scuola, il Lansdale’s Self-Defense Systems. In Italia grazie all’editore Fanucci e poi a Einaudi è oramai di casa. Texano come il suo presidente, non va però a caccia, “ci andavo da ragazzo quando eravamo poveri, adesso i polli sono più facili da cacciare al supermercato”.
L’ultima sua fatica s’intitola La morte ci sfida, un tributo alle riviste pulp, ai fumetti e ai b-movie dell’orrore. Il libro inizia con una dedica al lettore: “questo non è un libro per grandi riflessioni: popcorn, bicchierone di coca cola e ti metti a sedere sul divano”. Un po’ di snobismo da parte di Lansdale, poi il racconto s’alza di tono, mescola i generi, li forza, con il solito autocontrollo.
A marzo è uscito il Carro magico, ora ritorna con La morte ci sfida, il suo ennesimo libro.
E’ vero mi considerano un autore prolifico, Ad ogni presentazione mi dicono sempre la stessa cosa, ma consideri che scrivo da 30 anni, più o meno un libro e mezzo all’anno. Non una media eccezionale, secondo me. Philip K. Dick ha dedicato addirittura un libro al suo agente delle tasse.
Scrivere lo considero un esercizio regolare se vuoi vivere con la scrittura, per me sono sufficienti tre ore al giorno per 5 giorni alla settimana. Adesso sto scrivendo un racconto lungo e due brevi, una sceneggiatura per un film e uno script per un serial televisivo.
Sono molti i registri che attraversano la sua scrittura. Quanto tempo ha dedicato all’elaborazione di un romanzo come La morte ci sfida?
Mi piacciono le cose leggere come quelle non leggere, così passo dal fumetto a te mi e soluzioni più serie. Quando ho scritto questo libro mi stavo divertendo, l’ho preso come una vacanza. L’ho buttato giù in 15 giorni, l’ho scritto tra due libri serissimi. Lo desideravo fin da ragazzo, poi è stato pubblicato a metà degli anni ottanta, poi riadattato oggi. Per certi versi in anticipo con lo stile di Quentin Tarantino. Mi sono bastati altri quindici giorni per scrivere una sceneggiatura, che è stata comprata da una società francese. La Warner ha fatto molte offerte ma inutilmente. In tutto sono undici le sceneggiature opzionate per un film.
La critica le riconosce di non avere pregiudizi di stile e di genere, di temi e ossessioni.
Ci sono molti lettori affezionati al libro prediletto e al genere scelto per la singola opera, ma quando scrivo penso che tutti i lettori siano come assenti detesto le aspettative, sentirmi osservato mentre scrivo, perché scrivo fondamentalmente per me stesso e mi piace spaziare tra i generi. Mi lascio prendere dai personaggi, sono loro a decidere dove andare e allo stesso tempo a fare i conti con il mio inconscio, di uno che ha letto e scritto tantissimo da sempre.
In un altro libro precedente ha raccolto la sfida di romanzare persino Batman.
Quando ho cominciato non erano in pochi a dirmi di lasciar perdere, pensando che io avessi aspirazioni più strettamente letterarie. Ma io amavo Batman, scriverne è stato un brande piacere per cui non ho avuto nessuna difficoltà a trattare la materia. Spesso qualche lettore si confonde, non riesce a capire in che direzione muove la mia scrittura. La sfida è stata scrivere un romanzo in tutti i sensi, non per ragazzi o un semplice adattamento. Sicuramente non ne avrei scritti dieci di romanzi su Batman. Più che sufficiente scriverne uno, con il quale ho ricavato quattro puntate per la serie tv.
Lei ha più volte dichiarato che il suo paese, il Texas, è uno stato mentale.
Sono un liberal dell’east Texas. Forse per qualcuno è difficile capire cosa voglia dire. Vivo in un paese dove tutti hanno un camioncino e il fucile accanto. Mi sono appassionato alle arti marziali per difendermi e porto in faccia tutti i segni, i bei tratti del viso, naso rotto compreso, sono frutto di esperienza. Quanto amo il presidente Bush.. Esiste un calendario in America dove per ogni giorno c’è una frase stupida del presidente. Non è da tutti riuscire a mettere in fila una sequenza simile. Preferirei avere uno scoiattolo come presidente, anzi a pensarci bene lo abbiamo. Per questo motivo mi piace quando non sono in America, posso dire quello che mi pare. Sono un animale politico, non posso fare a meno di affrontare certi temi sociali, ma anche se sono un indipendente che ha sempre votato democratico, la mia scelta politica non ha nessuna importanza quando scrivo.
( Epolis, luglio 2008 )
Intervista con Carlo Lucarelli
Giugno 30, 2008

“Resto per natura uno scrittore di romanzi”
Raccolte, antologie, curatele, inchieste, in realtà dalle librerie non si è mai allontanato anche se al suo primo amore, il romanzo, torna dopo sette anni di assenza con l’Ottava vibrazione (Einaudi). Nel frattempo Carlo Lucarelli è diventato un volto televisivo molto familiare, conduttore di Blu Notte, già sceneggiatore, giornalista e ovviamente scrittore di noir e gialli. Appassionato della faccia oscura di un Italia fatta di delitti irrisolti e di stragi controverse, adesso Lucarelli narra il nostro passato coloniale, partendo da una città dell’Eritrea decadente e assolata, Massaua, 1896, un mondo militare fatto di lingue diverse che si sovrappongono in un contesto straniero, un’Africa altrettanto polifonica e una disfatta, quella di Adua alle porte.
Il suo è un libro molto sentito, a tal punto da tracciare un confine rispetto ai suoi tanti impegni.
Se esistesse un conflitto di interessi per gli scrittori, e dovendo decidere un ambito solo di lavoro, non ho dubbi sceglierei il romanzo. Anzi questo romanzo in particolare. Per me è come un esordio nuovo, lo percepisco anche dall’entusiasmo e dal nervosismo con cui si muove la mia curiosità verso le reazioni dei lettori. Non che prima fossi sicuro di me ma la consapevolezza era diversa. Ho avuto molto tempo per scrivere, 4 anni di progetto, gli ultimi due a scrivere in maniera intensa. Sono andato più volte d’estate in Eritrea, trovando un caldo torrido che ti impone di muoverti come una lumaca e che ha cambiato anche il tempo narrativo della scrittura. Non è una storia intensa che si brucia subito. È un romanzo di ampio respiro dove storie diverse vengono schiacciate dagli eventi.
Tante voci e suggestioni messe insieme, da quale è partito?
Parte tutto da un’immagine un flash, una bambina che balla in un posto esotico, non si sa bene dove. Questa immagine l’ho incontrata due volte e non credo sia merito della cosiddetta ispirazione quanto del ritrovarsi recettivi, soprattutto con lo sguardo. Ero in una libreria di viaggi, sfogliavo pubblicazioni con immagini e cartoline di fine ‘800 sull’Italia coloniale ed ho incrociato l’immagine di quella bambina. Durante uno dei viaggi in eritrea, a cena, sento delle musiche, mi volto e c’era di nuovo quella bambina che ballava. Nulla di inquietante, semplicemente immagini uguali, come la verifica di una storia che c’è, che esiste qualche parte.
Una storia che piano piano aumenta di consistenza coinvolge La storia però si ingrossa.
È un’altra immagine, presa da Tex o da John Ford, un cavaliere col piumaggio e le lance e sotto di lui uno in divisa, forse l’apache e la giacca blu. Mi sono chiesto come tradurre in italiano una scena che poteva appartenere alla cultura del mio bisnonno, un guerriero del negus e un nostro soldato. Ho scoperto, con mia ignoranza e per paradosso, di sapere tutto del generale Custer, comprese le declinazioni dell’immaginario da eroe di Little Big Horn a sterminatore di indiani. Ma di Adua, per esempio, non sapevo nulla.
La storia del corno d’africa come un nuovo spazio narrativo?
Sì, per me è stata la scoperta di una sorta di far west che contiene un’epica drammatica e contraddittoria, avventurosa e torbida, un terreno perfetto per un narratore. È un mondo nuovo, suoni e colori da esplorare, drammi e violenze inaudite ma che ci appartengono.
Come si è trovato a gestire il materiale di questo Far West?
Sicuramente ho fatto degli errori. Alcuni si devono fare. La narrativa è verosimile, certe cose devono esserci, non è cronaca storica, è una storia di persone e suggestioni. Però questo è anche un romanzo storico, con cose importanti da raccontare, tra l’altro non si sceglie un periodo a caso. C’è qualcosa sfogliando le carte che ti fa guardare nella direzione di questa storia, come una memoria di eventi sepolti perché ritenuti scomodi, come un dibattito alla Camera sul perché andare in Eritrea: per esportare la democrazia in Africa o per agevolare gli interessi economici di qualche gruppo straniero? Una questione che già si poneva all’epoca.
Da dove viene il titolo del libro, cosa significa l’Ottava vibrazione?
Il titolo è una citazione da un poeta etiope, l’ottava vibrazione o anche armonia è nella teoria del colore il nero. Ho trovato questo verso in una banale guida lonely planet per turismo. Poi è iniziato il lavoro di documentazione tra saggi e memorialistica, i contatti, le ricerche, i viaggi. Quel verso però è restato perché perfetto.
(Epolis, aprile 08)










