Non sarà lo strappo nazionale evocato dal catanese di nascita e meneghino per business Fabrizio Corona che ha urlato «mi vergogno di essere italiano, me ne vado da questo paese», né quello di Umberto Eco, che secondo le ultime biografie «vive a Milano quando può» e che anni fa dichiarò «se vince Berlusconi divento francese», né quello ancora della rossa cantante Milva per cui «l’Italia è semplicemente insostenibile, forse mi stabilirò a Zurigo, a Berlino, o da qualche altra parte in Germania». Per Vincenzo Consolo, uno dei cittadini siciliani più autorevoli di Milano, si tratta di lasciare soltanto Milano, la sua città d’adozione, dopo oltre 40 anni di convivenza, come ha dichiarato al settimanale Asud’Europa del Centro Pio La Torre.

Non è una reazione alla minaccia di ipoteca del proprio futuro, casomai è il passato per Consolo a essere messo in discussione. La nostalgia dello scrittore è tutta nel ricordo delle ragioni del suo arrivo a Milano, nel 1968. «Oggi la Milano dei miei sogni, delle mia aspettative è una città irriconoscibile, per dirla con Rushdie, una città centrale della menzogna. Adesso però è giunto il momento del ritorno. Torno nella mia terra. Voglio morire nella mia isola».

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Carandini. Nessuna svendita, ma il sospetto di una lotta interna. Il comitato è indipendente e autorevole ma ha parlato solo Settis. «Mi preoccupa di più il Piano case». I nostri beni? «Irriproducibili, l’unica cosa che la globalizzazione non ci può togliere».

Galeotta fu la commode francese Luigi XV attribuita all’ebanista Antoine Robert Gaudreaus, ma non per il professor Andrea Carandini, Presidente del Consiglio Superiore dei Beni Culturali: «I Beni Culturali hanno problemi più gravi di questa commode francese. Poi ovviamente ci sono forze che se potessero svenderebbero tutto, contro cui Settis giustamente si batte e io al suo fianco. Ma non è il Ministro, né il Mibac né tantomeno il comitato chiamato in causa. Questioni del genere sono sempre complesse ma si corre a semplificare, da una parte il bene dall’altra il male: il bene coincide con la propria espressione, tutti gli altri sono venduti. Non funziona così». Insomma per il celebre archeologo italiano l’allarme lanciato dal direttore della Normale di Pisa, Salvatore Settis, in merito alla cessione del mobile francese, va ridimensionato.

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Carli’s Way. Il muro

Novembre 12, 2009

Travel Trip Berlin on a Budget

Che cosè il genio? È fantasia, intuizione, colpo d’occhio e velocità di esecuzione. (Amici Miei)

Emiliano Carli. Qui

Si può uscire dalla crisi se si è perso tutto? Spogliarsi come nella pellicola sui disoccupati di Sheffield non basta più. Ci vuole il servizio completo. Un’altra storia intorno alla famiglia Usa, aggrappata a un filo, molto particolare.

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C’era una volta Full Monty, il film rivelazione di Peter Cattaneso, anno 1997, nato come produzione a basso costo, premiato da 4 nomination e un Oscar, ma soprattutto diventato un fenomeno di costume. Raccontava la storia di sei disoccupati inglesi, che nella triste Sheffield, cercavano di uscire dalla crisi più nera. Per far fronte a problemi economici e alla sensazione d’inutilità e frustrazione, tentavano un po’ goffamente l’impresa di allestire uno spettacolo di spogliarello maschile. Chi non ricorda i sei proletari folgorati dallo streap tease, che improvvisano in fila per il sussidio un provino sulle note di Hot Stuff di Donna Summer?

Hung, la serie tv che va in onda stasera su SkyUno è il nuovo Full Monty, ma stavolta si è soli, e non basta spogliarsi. Per affrontare la crisi in età adulta ci vuole il “servizio completo”.

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romanzoviminale

Che cosè il genio? È fantasia, intuizione, colpo d’occhio e velocità di esecuzione. (Amici Miei)

Emiliano Carli. Qui

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Che cosè il genio? È fantasia, intuizione, colpo d’occhio e velocità di esecuzione. (Amici Miei)

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«Non concedo interviste, tanto meno sulla mia vita privata. Sono un uomo qualunque. Anche io sono soggetto alle debolezze, agli errori. Amori? Ma che amori! Ho altro per la testa. Nel mio animo non vi è più nulla di perverso. Sono incline alla indulgenza e alla comprensione. Mi interessa di aiutare i deboli. Ma ora basta, se no sto per tracciare la figura di un santo. Non sono un santo. Sono un padre di famiglia con un illimitato amore per i miei i figli e la Rachele a dispetto dei bene informati e dei maligni resterà sempre la donna prediletta».
Chi si aspettava l’altra sera una battagliera commemorazione di Mussolini dentro il fortino di Casa Pound, centro sociale dell’ultradestra romana, è rimasto deluso: oggetto della serata, le riflessioni intime e occasionali, dettate dall’agenda pubblica. Ma la lettura di brani dai controversi diari del duce (veri? falsi?) da parte del senatore Dell’Utri ha illuminato la gelida Casa Pound di riflessi d’attualità.

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(ripreso anche da una delle mie rassegne preferite, Radio Tre Tabloid)

Intervista. «Non la metto certo in discussione, ma fu una riunificazione drammatica, pensata ai danni della Chiesa e voluta da una élite antitaliana». Mazzini? Un manovratore rivoluzionario dall’estero. Cavour? Un genio ma illiberale. Garibaldi? In Perù trasportava guano e cinesi.

Che effetto fa essere citata dal premier?
Naturalmente sono lusingata, all’epoca feci una trafila editoriale di un anno e mezzo per stampare il libro, ricevetti molti rifiuti anche scritti. Mi rivolsero persino accuse pesanti. E allo stesso tempo sono estremamente sorpresa perché la storiografia ufficiale ha sempre negato la realtà drammatica del Risorgimento, e quindi che la citazione sia istituzionale, cioè venga dal presidente del Consiglio è un fatto storico. Quella di Berlusconi è una citazione molto coraggiosa. Nello stesso contesto, il premier ha raccontato di aver chiesto perdono per le efferatezze compiute dagli italiani in Libia. Il mio auspicio è che come è stato trovato coraggio per la Libia, si possa riuscire a chiedere perdono ai cattolici dell’800 per come sono stati calunniati e maltrattati.

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Anniversari d’Italia. Per la Dc i cento anni della Repubblica erano frutto della Provvidenza. Intanto l’euforia condivisa per il miracolo economico creava un quartiere nuovo nella città sabauda, complice persino Disney. Oggi invece con la crisi, meno cemento e più idee. Almeno si spera, in attesa del 2011.

torino61

Si vede che dal 1961 ovvero dal precedente anniversario dell’unità d’Italia, sono cambiate molte cose. All’epoca a Torino, per celebrare il centenario della nazione, vennero organizzate la Mostra Storica dell’Unità Italiana, la Mostra delle Regioni Italiane, e l’Esposizione Internazionale del Lavoro, «per illustrare sul piano mondiale il vertiginoso progresso tecnico e sociale e l’evoluzione del lavoro umano nell’ambiente nel quale esso si svolge». E per questa Esposizione venne addirittura edificato un intero quartiere, Italia 61, nella zona Sud della città in una zona bonificata sulle rive del Po. L’evento richiamò più di quattro milioni di visitatori provenienti da tutto il mondo. Le attrazioni principali furono la monorotaia Alweg, il Cinerama, sistema di proiezione cinematografica a 360 gradi della Walt Disney, la funivia che passava sopra il Po collegavando il Parco del Valentino con il Parco Europa sulla collina di Torino. E poi gli edifici costruiti per l’occasione come il Palazzo del Lavoro e il Palazzo a vela.

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Nel 1990 La Pivano va dal notaio: «Dopo la mia morte, bruciate i miei libri». Motivo? La delusione per i rifiuti e le perdite di tempo procurati dalle amministrazioni di Roma e Milano. Nessuno voleva i 50mila volumi dell’archivio personale. Nicolini prendeva tempo, Tognoli consigliava di tenerli a casa. Poi arrivò Luciano e una libreria speciale sotto la Madonnina.

pivano fondo

Non era una leggenda tra studenti universitari che si potesse andare a trovare Fernanda Pivano nella sua casa di Trastevere, anche senza appuntamento, semplicemente bussando alla sua porta. Bastava citofonare e si entrava nel caos di scaffali che traboccavano libri. Ed era vero. Un patrimonio inestimabile di libri che, divisi tra le case di Milano e di Roma, la Pivano nel 1990 aveva preventivamente stabilito dal notaio di voler destinare al rogo, e non in senso metaforico.
Come confessava a Mirella Serri nel 1997 sulla Stampa, «avevo fatto testamento e lasciato scritto, come mia ultima volontà, che i miei libri, dopo la mia scomparsa fossero bruciati. Non volevo, tra l’altro, che finissero frazionati in bibliotechine universitarie, dopo che gli accademici spesso hanno avversato il mio lavoro».

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