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		<title>Quelli che “addio Milano, non sei più tu” Eco voleva la Francia, Consolo va in Sicilia</title>
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		<pubDate>Wed, 23 Dec 2009 20:30:17 +0000</pubDate>
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<p style="text-align:justify;">Non sarà lo strappo nazionale evocato dal catanese di nascita e meneghino per business Fabrizio Corona che ha urlato «mi vergogno di essere italiano, me ne vado da questo paese», né quello di Umberto Eco, che secondo le ultime biografie «vive a Milano quando può» e che anni fa dichiarò «se vince Berlusconi divento francese», né quello ancora della rossa cantante Milva per cui «l&#8217;Italia è semplicemente insostenibile, forse mi stabilirò a Zurigo, a Berlino, o da qualche altra parte in Germania». Per Vincenzo Consolo, uno dei cittadini siciliani più autorevoli di Milano, si tratta di lasciare soltanto Milano, la sua città d&#8217;adozione, dopo oltre 40 anni di convivenza, come ha dichiarato al settimanale Asud&#8217;Europa del Centro Pio La Torre.</p>
<p style="text-align:justify;">Non è una reazione alla minaccia di ipoteca del proprio futuro, casomai è il passato per Consolo a essere messo in discussione. La nostalgia dello scrittore è tutta nel ricordo delle ragioni del suo arrivo a Milano, nel 1968. «Oggi la Milano dei miei sogni, delle mia aspettative è una città irriconoscibile, per dirla con Rushdie, una città centrale della menzogna. Adesso però è giunto il momento del ritorno. Torno nella mia terra. Voglio morire nella mia isola».</p>
<p style="text-align:justify;"><span id="more-959"></span>A dire il vero, il ritorno in Sicilia è stato evocato più volte negli anni e con diversi motivi dall&#8217;autore di Nottetempo, casa per casa e Il sorriso dell&#8217;ignoto marinaio. «Se vincono i leghisti me ne vado» aveva detto alla vigilia dell&#8217;elezione del primo sindaco leghista Marco Formentini e in effetti Consolo si era rifugiato nell&#8217;incarico del teatro stabile Biondo di Palermo da cui però era fuggito: «Mi sono accorto che i teatri stabili italiani, dal capoluogo lombardo a Palermo, sono inceppati da nodi ereditati da vecchie logiche politiche che risultano inestricabili».</p>
<p style="text-align:justify;">Oggi per lo scrittore, vincitore dello Strega nel 1992, il motivo della fuga è nostalgico, e nel raccontare i propositi per il 2010, rievoca una stagione inevitabilmente irripetibile: «All&#8217;epoca non volevo accettare il paradigma della raccomandazione, degli onorevoli, del posto sicuro alla Regione. Sollecitato da due intellettuali, Vittorini e Calvino, che allora pubblicavano una rivista, Menabò, partii per Milano». Un fascino meneghino che però a Consolo costò &#8211; come dichiarò anni fa &#8211; l&#8217;invisibilità come scrittore per molti anni, causa lo spaesamento dell&#8217;arrivo a Milano: «Sono rimasto tredici anni senza scrivere, perché io volevo raccontare quel nuovo con la lingua nuova, ma mi mancava la memoria della città, dei luoghi, delle persone, della fabbrica. Io venivo da una realtà contadina, ero fatto di sicilianità, quel che succedeva nel Nord mi entusiasmava ma non sapevo dirlo». Non era solo però Consolo: «C&#8217;erano molti studenti meridionali, compagni di scuola che divennero poi la classe dirigente italiana: i fratelli De Mita, Gerardo Bianco, i fratelli Prodi».</p>
<p style="text-align:justify;">Nel 1993 dopo la laurea honoris causa di Tor Vergata per i suoi settant&#8217;anni, Consolo, rimasto deluso dalle sue due città, Palermo e Milano, definita «la città dell&#8217;utopia, la patria immaginaria, il luogo opposto», che non gli aveva tributato il riconoscimento, si era lamentato: «In tutti questi anni ho visto Milano ingrigirsi, spegnersi. è diventata la città di personaggi come Bossi e Berlusconi». Eppure la delusione più insopportabile, sedici anni fa, era proprio la Sicilia. «Non avrei mai immaginato la vastità e l&#8217;insopportabile consenso che i siciliani hanno voluto tributare al sistema di potere. Credo che con gli attuali governi siciliani abbiamo toccato veramente il fondo. Milano e Palermo dunque incarnano per me le due facce della stessa delusione. A voler sintetizzare in una delle mie solite metafore che tanto appaiono antipatiche, mi sento ormai un ulisside condannato a non ritrovare la patria». Glielo aveva detto anche Sciascia a cui si era rivolto prima di partire: «In Sicilia non c&#8217;è più speranza, se io fossi più giovane e non avessi famiglia partirei anch&#8217;io». E forse sta qui il motivo della fuga a lungo rimandata, celata nell&#8217;indignazione politica. La motivazione intellettuale di quarant&#8217;anni fa si è esaurita. L&#8217;elastico esistenziale lo richiama alle origini. La Milano reale c&#8217;entra poco.</p>
<p style="text-align:justify;">
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		<title>La Bacchelli vince l&#8217;oblio  di Strati</title>
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		<pubDate>Wed, 23 Dec 2009 20:22:58 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p style="text-align:justify;"><a href="http://contentistheking.files.wordpress.com/2009/12/strati.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-964" title="strati" src="http://contentistheking.files.wordpress.com/2009/12/strati.jpg?w=300&#038;h=299" alt="" width="300" height="299" /></a></p>
<p style="text-align:justify;">Non sarà inciucio ma la mobilitazione bipartisan in Parlamento sostenuta da Franco Laratta (Pd), Marco Minniti (Pd), Maria Grazia Laganà Fortugno (Pd), Doris Lo Moro (Pd), Cesare Marini (Pd), Rosa Villecco Calipari (Pd), Angela Napoli (Pdl) e Mario Tassone (Udc), è valsa il riconoscimento della legge Bacchelli per l&#8217;anziano scrittore, Saverio Strati. Che non vuol dire solo il sussidio mensile di 1500 euro per sanare la situazione dello scrittore di origine calabrese (nato a Sant&#8217;Agata del Bianco, in provincia di Reggio Calabria, il 16 agosto 1924) che vive in stato di indigenza nella sua casa di Scandicci, alle porte di Firenze, dove abita dal 1961 con la moglie svizzera Hildegard.</p>
<p style="text-align:justify;">
Per Strati la decisione del Consiglio dei Ministri rappresenta anche l&#8217;uscita dall&#8217;oblio letterario: «Ora non mi sento più solo -ha dichiarato &#8211; sono felice per questo riconoscimento che interrompe, di fatto, un lungo periodo di silenzio intorno alla mia persona e alla mia opera. Rimangono i disagi dell&#8217;età avanzata, ma adesso forse riuscirò meglio a superare le difficoltà economiche degli ultimi 15 anni, che hanno angustiato non poco la mia vita quotidiana».</p>
<p style="text-align:justify;"><span id="more-963"></span></p>
<p style="text-align:justify;">Vincendo il pudore, all&#8217;inizio dell&#8217;anno, Strati aveva scritto al “Quotidiano di Calabria”, dove confessava in una lettera di essere povero e di avere bisogno di aiuto per vivere, dopo aver finito i risparmi accumulati negli anni con gli 11 premi conquistati, tra cui il Campiello nel tumultuoso 1977 con il romanzo “Il selvaggio di Santa Venere” (una Calabria arcaica e brutale, tra mafia locale, fascismo, guerra e dopoguerra), e i 16 romanzi di successo pubblicati da Mondadori. «Con un editore alle spalle e libri da pubblicare e da ristampare, non mi sono preoccupato a organizzarmi per avere una pensione, un&#8217;assistenza nella vecchiaia. Non ho, da anni, una collaborazione a giornali o a riviste. Perciò non ho nessun reddito e quindi è da tre anni che non faccio la dichiarazione dei redditi. Faccio inoltre presente che alcuni dei miei romanzi sono tradotti in francese, in inglese, in tedesco, in bulgaro, e in slovacco e in spagnolo (Argentina). Miei racconti sono apparsi in riviste cinesi e in antologie dedicata alla narrativa contemporanea italiana: in Germania, in Olanda, in Cecoslovacchia e in Cina».</p>
<p style="text-align:justify;">Dura la vita per gli scrittori, anche se coronati dal successo. Tanto da esserci decine di copioni già pronti sul destino ingrato. Se gli scrittori si bruciano da soli diventano personaggi e per riempire quotidianamente le quarte di copertina si attinge ad espressioni come maudit e looser oppure maestro, e involontariamente si crea un paracadute, se invece invecchiano solamente diventano invisibili, come nel caso dello scrittore calabrese.<br />
Per Strati non è bastato vincere un Campiello o essere per lungo tempo in uno dei più importanti cataloghi italiani, o ancora di più non è bastata l&#8217;ormai lontana benedizione di un professore di lettere all&#8217;università di Messina, quel Giacomo Debenedetti di cui Strati seguì le celebri lezioni su Svevo e Verga. Fu infatti Debenedetti a dare il primo autorevole parere favorevole allo Strati narratore. Una carriera interrotta nel 1991. Nella lettera al quotidiano, Strati ricorda amaramente il rifiuto della Mondadori del 1991 di pubblicare la raccolta di racconti “Melina”, che era già in bozze, e il romanzo “Tutta una vita”, rimasto dall&#8217;allora inedito. Intanto Strati ha accumulato inediti: un romanzo, cinque antologie di racconti e un diario di pensieri dal 1956 ad oggi.</p>
<p style="text-align:justify;">
Nel cinema italiano c&#8217;è un riferimento alla legge Bacchelli. È nel “Portaborse” (1991) di Daniele Luchetti, dove Carlo Sperati è un poeta povero in canna che Luciano Sandulli (impersonato da Silvio Orlando), squattrinato professore di lettere di un istituto superiore passato a fare il ghost writer per l&#8217;onorevole Cesare Botero, ministro delle partecipazioni statali, tenta maldestramente di aiutare.</p>
<p style="text-align:justify;">Quel Carlo Sperati è stata l&#8217;ultima apparizione al cinema di Guido Alberti, attore per Fellini, Rosi, De Filippo, Monicelli e Polanski. Ma soprattutto imprenditore, figlio dell&#8217;industriale Ugo, comproprietario della fabbrica di torroni Alberti e del Liquore Strega. Alberti è stato con Maria Bellonci il fondatore del Premio Strega. Anche a Sperati non basta l&#8217;aurea dello Strega di Alberti. Il poeta muore suicida, senza Bacchelli. Ai suoi funerali, Botero si autoaccuserà ipocritamente così, dopo avergli negato l&#8217;aiuto: «La tristezza, cos&#8217;è? È non aver mai letto un libro di poesie. Con le loro verità, le poesie ci aiutano tutti a essere più giusti e più liberi. Per questo io sono colpevole, e noi tutti lo siamo. E ci dovremmo vergognare. Noi, lo Stato, la libera impresa, la cultura, dove eravamo mentre Carlo Sperati moriva, solo e poverissimo? Dove ci eravamo nascosti? Io stavo tentando di fargli avere un vitalizio utilizzando la legge prevista per i “grandi ingegni”. Ma non ho fatto tutto il possibile. Io non ho fatto in tempo e la burocrazia mi ha bloccato. Sì, io sono colpevole».<br />
I</p>
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		<title>Il nuovismo di Elisabeth</title>
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		<pubDate>Mon, 21 Dec 2009 19:35:57 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Intervista. Cambiamenti in vista a Buckingham Palace. La regina punta sul nipote William? «Probabilmente» spiega Enrica Roddolo. Nel frattempo più incarichi ufficiali per il 27enne principe, perché l&#8217;opinione pubblica ha cambiato aspettative. «Difficile abdicare per qualsiasi sovrano», ma la lunga attesa di Carlo è viziata dal pregiudizio sulla stagione di Lady Diana. Intanto la Corona [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=contentistheking.wordpress.com&blog=1418891&post=952&subd=contentistheking&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p style="text-align:justify;">Intervista. Cambiamenti in vista a Buckingham Palace. La regina punta sul nipote William? «Probabilmente» spiega Enrica Roddolo. Nel frattempo più incarichi ufficiali per il 27enne principe, perché l&#8217;opinione pubblica ha cambiato aspettative. «Difficile abdicare per qualsiasi sovrano», ma la lunga attesa di Carlo è viziata dal pregiudizio sulla stagione di Lady Diana. Intanto la Corona si rinnova, anche se è diventata una celebrity, respingendo la crisi a suon di treni per pendolari e aerei low cost.</p>
<p style="text-align:justify;"><a href="http://contentistheking.files.wordpress.com/2009/12/queen3.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-956" title="queen" src="http://contentistheking.files.wordpress.com/2009/12/queen3.jpg?w=300&#038;h=255" alt="" width="300" height="255" /></a></p>
<p style="text-align:justify;">
<p style="text-align:justify;">God save the Queen, ma non così in fretta. Casomai è del principe ereditario Carlo (oggi 62enne, molti dei quali spesi in una attesa diventata professione) che si dovrebbe preoccupare, visto che in settimana il tabloid londinese Daily Mail ha riportato il rumor secondo cui la regina 83enne avrebbe deciso di affidare una parte consistente dei suoi impegni pubblici al primogenito di Lady Diana. Che cosa ha in testa la Regina Elisabetta, oltre al fazzoletto di Hermes annodato sul capo con cui, cappotto grigio e fiori in mano, l&#8217;altro ieri si è presentata alla stazione ferroviaria di King&#8217;s Cross, tra lo stupore generale dei pendolari, destinazione tenuta di Sandringham nel Norfolk? Che succede a corte?</p>
<p style="text-align:justify;"><span id="more-952"></span></p>
<p style="text-align:justify;">Il “Riformista” lo ha chiesto alla giornalista Enrica Roddolo, conoscitrice della nobiltà d&#8217;Europa e autrice di Dio salvi le regine! (Vallardi). «Certamente si stanno movendo molte pedine, per tanti motivi. Il primo è la necessità di definire meglio il quadro di successione al trono, visto che, se la Regina alla soglia degli 84 anni rimane una persona arzilla che non perde mai il suo aplomb, è vero anche che si sobbarca ogni anno del peso di 400 impegni ufficiali. Il principe Willlian vive ancora con disinvoltura una fase di apprendistato, ma nel 2007 qualcuno ha fatto il paragone con gli appuntamenti del padre alla sua stessa età: soltanto 14 contro gli 80 di Carlo. C&#8217;è quindi comunque la necessità di creare un ruolo più presente all’interno della dinamica del potere regale. La stampa britannica è stata finora accondiscendente con i due principini, usciti dalla fase di gioventù con addosso la tutela del ricordo dei funerali di Diana. Ora però la stampa comincia a chiedere il conto al 27enne William: “Si sta preparando degnamente?”».</p>
<p style="text-align:justify;"><strong>Iniziative nell&#8217;immediato?</strong><br />
Le indiscrezioni danno la decisione di passare progressivamente dal 2010 con due incarichi importanti relativi al Commonwealth, con la novità del salto del passaggio generazionale che era nell&#8217;aria da tempo. Del resto il giovane principe William desta simpatie popolari più del padre, che pur essendo una persona molto raffinata e impegnata politicamente come a Copenhaghen, sconta la stagione sentimentale delle controversie sentimentali. L&#8217;istintiva simpatia per William dipende dal suo impegno nelle charities in cui era coinvolta la madre e alla ovvia somiglianza fisica, è un volto fresco ma una persona che ha molto sofferto in giovane età. Per Carlo resiste il pregiudizio. E poi c&#8217;è il semplice dato oggettivo e anagrafico: con la sua età non porterebbe sul trono aria nuova. Ed è assolutamente possibile che nella mente della regina Elisabetta si stia facendo largo questo ragionamento, partendo dagli impegni di William per arrivare alla consapevolezza che forse affidare la palla a qualcuno molto più giovane, possa dare una spinta di vitalità all’istituzione. Insomma, è possibile…</p>
<p style="text-align:justify;"><strong>Ostacoli ce ne sarebbero rispetto alla tradizione?</strong><br />
Greg Hands, ministro ombra del partito conservatore, mi ha rivelato che “sì, è vero tutto si può fare, saltare una generazione, però in fondo non possiamo rinunciare a uno dei principi fondanti della monarchia”. Altro punto a sfavore è che per un sovrano, sia un re o una regina, è difficile passare la mano. Il giuramento che fa il sovrano è un giuramento per la corona, che lo impegna per tutta la sua vita. Quindi lasciare è una decisione dolorosa e sofferta, un po&#8217; come tradire. In questo senso, il giuramento inglese è particolarmente rigido. Non è impossibile che avvenga il passaggio di consegne, però è difficile. All&#8217;inizio dfel 2009, l&#8217;agenda dell&#8217;anno dell&#8217;Economist, lo aveva messo tra le cose possibili ma non probabili. Però il consenso è tornato a crescere dopo il lutto di Lady Diana. Ora la casa reale gode di ottima salute e forse è nei momenti migliori che vanno prese le decisioni strategiche.</p>
<p style="text-align:justify;"><strong>Il giuramento in Inghilterra non è però codificato.</strong><br />
È vero, è una formula di rito che non spiega bene come e in che maniera si manifesti la promessa di lealtà. In generale è un ruolo lasciato alla interpretazione di tutte le monarchie, c&#8217;è come una costituzione non scritta ma di tradizione, e quindi la vaghezza si sente di più. La forza evocativa è molto diversa da paese a paese, sono diverse anche le procedure di incoronazione, in Olanda addirittura non c’è. Ma nella monarchia inglese, la tradizione è fondante. Stiamo parlando di un regno che ha quasi mille anni. Comunque la stessa vaghezza aleggia sul principe consorte, ognuno si è ritagliato un ruolo a piacimento. Filippo d&#8217;Edimburgo si definisce un «dipendente di se stesso», del resto è un uomo pratico, ha una vita militare alle spalle. Più si allunga l’attesa, più si aprono possibilità. William partirebbe invece da un ruolo più laterale. Il matrimonio con Kate Middleton potrebbe avere anche un effetto nostalgia. Sarebbe diversa da una regina Camilla, molto amata e apprezzata per la sua saggezza. Ma inevitabilmente potrebbe diventare regina per legge. Il pregiudizio verso di lei è rimasto, «in quella stagione, eravamo in tre nel nostro matrimonio» disse una volta Diana, ma è andato spegnendosi lentamente. Di lei si apprezza la discrezione e una certa serenità.</p>
<p style="text-align:justify;"><strong>Ha parlato di simpatie e aspettative. Nel frattempo in Inghilterra sono cambiati anche i sudditi.</strong><br />
Come si evolve il sentire popolare, si evolvono le aspettative. Rimane questa sorta di affetto che è un equivalente del rispetto della tradizione per il paese. Le voci più critiche si sono levate sulle spese, per esempio sui viaggi della Corona, si chiede che anche ogni penny speso per la corona sia una spesa necessaria: la regina Elisabetta che sale su un banale treno britannico è una scelta ben precisa, come i voli low cost per il principe William. Elisabetta ha dovuto rinunciare al Royal Yacht, perché troppo costoso, ora diventato un&#8217;attrazione turistica. Molto apprezzata la scelta di contribuire di tasca propria per il restauro del castello di Windsor. C&#8217;è il desiderio che si guadagnino rispetto e affetto. La partenza in missione militare del principe Henry è stata salutata positivamente. L&#8217;argomento della crisi economica è stato usato anche in Spagna, dove addirittura qualcuno ha sollevato il problema dell&#8217;esistenza della monarchia. Il Partito comunista spagnolo si è rifatto a questo binomio, ma poi è rientrato tutto, anche perchè è la monarchia più amata, fin dal referendum coraggioso di Juan Carlos del 1978.</p>
<p style="text-align:justify;"><strong>E il sessantaduenne Carlo che fine farà?</strong><br />
La questione è, accetterà un ruolo di rappresentanza? In tutti questi anni di apprendistato non è rimasto a guardare, anzi, si è ritagliato un ruolo anche troppo politico. Chiamiamola soft diplomacy, diciamo un ruolo di mediazione diplomatica, molto sottile, ma non per questo poco efficace. E in un mondo dove c’è sempre più desiderio di intervenire, diventa più difficile avere un ruolo solo cerimoniale. È legittima la sua volontà di imprimere un colore politico alla sua attività con una sua idea del potere, è l’unico modo di poter dimostrare che esiste. Rinuncerà dunque a quel ruolo di soft diplomacy?</p>
<p style="text-align:justify;"><strong>Che cosa è oggi una regina: un simbolo, una istituzione, o una celebrity?</strong><br />
Tutte le monarchie europee si orientano verso un equilibrio tra le tre dimensioni. Giocoforza la dimensione celebrity è equiparabile all’istituzione. Ma questa è anche la loro forza, riescono ad essere istituzioni fresche, suscitando affetto popolare, con un&#8217;aurea particolare, come fossero delle rockstar trasversale. Elisabetta è la simpatica nonnina per gli inglesi ma anche la donna di carisma, che tiene sempre salda la rotta inglese. Scoprire che la regina Elisabetta negli anni cinquanta si rifiutava di squalificarsi viaggiando in aereo per via del cerimoniale fa sorridere. Ma è straordinaria la capacità di adattamento di questi personaggi che vivono in un mondo chiuso da una parete di cristallo. Elisabetta 40 anni fa scriveva dei bigliettini per comunicare a palazzo e oggi manda delle mail al nipote. Il canale di Youtube, Royal Channel, è un segno che la monarchia va nella direzione dei giovani. Del resto Elisabetta è la regina con due nipoti in giovane età, quindi è normale questo approdo. Il principe Henry venne filmato mentre scherzava con i commilitoni sulle mail alla nonnina. È un fatto di tradizione, come quando la regina Vittoria si incuriosì dei primi telefoni. Ma anche di semplice curiosità. La regina in visita di recente negli uffici londinesi di Google è un esempio. Era lì come donna di 83 anni non perché regina.</p>
<p style="text-align:justify;"><strong>Una nuova immagine comporta però anche nuove questioni di sicurezza. Non solo personali, ma istituzionali.</strong><br />
Infatti. Questi personaggi sono sempre più delle celebrities. Una volta le porte erano chiuse, adesso ci arriva la Bbc. Un cambiamento di esposizione irreversibile. Il recente monito alla stampa anglosassone della Regina per moderare l&#8217;attenzione sul principe William è un dato di fatto, anche se viene letta come l’avvisaglia di una novità, cioè l’annuncio del fidanzamento ufficiale, o ancora la richiesta per arginare una deriva inarrestabile. L’appello era rivolto ai fotografi e alla loro attitudine morbosa. Ma con l’era dei video su Youtube, la vedo una battaglia disperata.</p>
<p style="text-align:justify;"><strong>Previsioni per il 2010?</strong><br />
Nel 2010 si parlerà molto di Svezia, perché l&#8217;erede Vittoria, fidanzata con l&#8217;ex gestore di palestre e suo personal trainer, Daniel Westling, convolerà a nozze. Anche in Spagna Letizia moglie di Felipe, una borghese divorziata, inizialmente criticata è entrata nelle simpatie, essendo anche la prima regina spagnola dopo tante regine straniere, ora anche madre di due figli. Piace moltissimo l&#8217;australiana Mary Donaldson, moglie dell&#8217;erede Federico di Danimarca.</p>
<p style="text-align:justify;"><strong>Perché resiste il fascino della monarchia?</strong><br />
Casa Windsor insegna, è una ditta, che non conosce la crisi. Il mito delle famiglie reali ha una sorprendente forza evocativa, anche se la Regina ha bruciato molti suoi risparmi con la crisi finanziarie l&#8217;anno scorso. Ma non importa. Interessano ai media, perché rendono bene.</p>
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		<title>Travaglio di stampa. Quando Graviano non è un Fatto quotidiano</title>
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		<pubDate>Wed, 16 Dec 2009 10:46:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Stefano Ciavatta</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Antonio Polito]]></category>
		<category><![CDATA[Marco Travaglio]]></category>
		<category><![CDATA[Riformista]]></category>

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		<description><![CDATA[Un editoriale del mio direttore, Antonio Polito, uscito domenica sul Riformista.  Una presa di posizione dura che condivido, contro chi  ha intenzione di mettere a rischio il mio posto di lavoro. Perchè il Riformista, per Travaglio,  non s&#8217;ha da fare.


Vedi come vanno le cose in Italia. Nasce un giornale che si chiama il Fatto quotidiano [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=contentistheking.wordpress.com&blog=1418891&post=949&subd=contentistheking&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p style="text-align:justify;">Un editoriale del mio direttore, Antonio Polito, uscito domenica sul Riformista.  Una presa di posizione dura che condivido, contro chi  ha intenzione di mettere a rischio il mio posto di lavoro. Perchè il Riformista, per Travaglio,  <em>non s&#8217;ha da fare</em>.</p>
<p style="text-align:justify;">
<p style="text-align:center;"><img class="aligncenter" src="http://www.comedonchisciotte.org/images/MarcoTravaglio.jpg" alt="" width="350" height="251" /></p>
<p style="text-align:justify;">Vedi come vanno le cose in Italia. Nasce un giornale che si chiama il Fatto quotidiano perché annuncia che, finalmente, farà parlare i fatti in un mondo dell&#8217;informazione dove i fatti non si pubblicano. E poi, quando succede un fatto, non lo mette neanche in prima pagina. Insomma, c&#8217;è fatto e fatto.</p>
<p style="text-align:justify;">Il coraggioso giornale di Travaglio, che appena una settimana fa titolava cubitale «SPATUZZA E MILLS, BERLUSCONI NELLA TENAGLIA», e il giorno dopo «SPATUZZA: BERLUSCONI FECE UN PATTO CON LA MAFIA», e il giorno dopo ancora «ALTRO CHE SPATUZZA, BERLUSCONI INCONTRAVA I BOSS» (tutto scritto in maiuscolo perché il Fatto è un giornale maiuscolo), ieri ha dato notizia in minuscolo, in un occhiellino di prima, così, en passant, dell&#8217;esito dell&#8217;accusa in nome della quale ha pure portato in piazza qualche decina di migliaia di onesti e candidi giovani, e voleva portarci anche Bersani a gridare Berlusconi mafioso: «Graviano: mai detto niente a Spatuzza».</p>
<p style="text-align:justify;"><span id="more-949"></span></p>
<p style="text-align:justify;">Che understatement inglese. Titoloni spariti, il Fatto non sussiste. (Roba che neanche la  Pravda, avrebbe detto un tempo l&#8217;ex fascistello sul suo Borghese, il giornale di destra dove si è fatto le ossa come mattinale di questura vivente tentando di mandare in galera gli ex di Lotta Continua).</p>
<p style="text-align:justify;">Non avendo dunque ieri niente da scrivere sul fatto del giorno, non dico un&#8217;autocritica ma neanche un&#8217;analisi, chessò, una cosa alla D&#8217;Avanzo che ieri ha distrutto i magistrati dell&#8217;interrogatorio Spatuzza, il Fatto, o meglio lo strafatto Travaglio, se l&#8217;è presa con noi del Riformista.</p>
<p style="text-align:justify;">Per lui, siamo una vera ossessione. Ci ha dedicato tre editoriali in quindici giorni. Una campagna. Il cui contenuto è stato apertamente indicato ieri: Travaglio ci vuole chiudere. Non metaforicamente. Vuole proprio che chiudiamo. Applaude perciò Tremonti, che «ha fatto l&#8217;unica cosa buona del governo Berlusconi»: abrogare i finanziamenti pubblici che vanno alle testate politiche. Perché sono uno spreco. Non tutti però. Solo i nostri. Travaglio trova infatti giusti quelli al Manifesto, e ammette anche quelli ai giornali di partito: «Secolo d&#8217;Italia, Padania, Liberazione e Unità». E si capisce che li difenda, visto che quei finanziamenti finivano nel suo stipendio nei lunghi anni in cui ha lavorato per l&#8217;Unità, senza mai lamentarsene, e in quelli di Padellaro e Colombo che ora lavorano con lui, e che tra stipendi, sprechi e cause perse (il monte querele di Travaglio da solo affonderebbe un Titanic) hanno lasciato in dote a quella vecchia e gloriosa testata un debito da far spavento, pagato in parte da quegli stessi militanti del Pd che ora insulta. (A meno che la ragione per cui Travaglio salverebbe l&#8217;Unità dalla scure di Tremonti non stia nel fatto che anche l&#8217;Unità è stata capace ieri di censurare del tutto in prima pagina la deposizione di Graviano, finita a pagina 12).</p>
<p style="text-align:justify;">D&#8217;altra parte, anche l&#8217;altro stipendio di Travaglio viene dai contribuenti, e cioè quello pagatogli dalla Rai per Annozero a furor di popolo, visto che è l&#8217;unico giornalista capace di convocare una manifestazione di massa per farsi rinnovare il contratto, dove rischia di perderlo solo se passa l&#8217;idea di Masi di proibire la docu-fiction, perché ormai Travaglio fa fiction, fa l&#8217;attore, essendo anche un po&#8217; fighetta, e recita in tv con sguardo straniato da Actor&#8217;s Studio testi fondati su mezze verità e intere balle, come da molti anni in qua nel vano tentativo di incastrare Berlusconi, sforzo che deve essere proprio maldestro se dopo tanto tempo e con un obiettivo così facile nel mirino non c&#8217;è ancora riuscito. (Quando non fa l&#8217;attore, Travaglio fa editoriali televisivi alla Minzolini, solo all&#8217;opposto, naturalmente pronto a condannare quelli del Tg1 come un uso indebito della tv pubblica).</p>
<p style="text-align:justify;">Questo tric-trac del giornalismo nostrano, ormai diventato autore di satira (il Fatto di ieri annunciava: «Tra Cosa Nostra e Berlusconi spunta una cascata di diamanti»), che vive in simbiosi con pm e poliziotti, e ci fa pure le vacanze insieme anche quando sono indagati per favoreggiamento alla mafia, non è il primo e non sarà l&#8217;ultimo a volerci chiudere con l&#8217;argomento che siamo un piccolo giornale (non abbastanza piccolo da ignorarci, però). Si vede che in sette anni di vita ne abbiamo rotte di scatole. Travaglio ci fa venire in mente un cartello esposto in una salumeria della nostra infanzia, che diceva: «Più conosco gli uomini e più amo le bestie», nel senso che più si conosce lui e più si rivaluta il lato liberale del berlusconismo. Che è minuscolo, è vero, ma che almeno non arriva &#8211; non ancora, per lo meno &#8211; a chiudere i giornali come farebbe lui se solo ne avesse il potere. Per parte nostra, tranquilli: hic manebimus optime.</p>
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		<title>Minimum fax. Non è un vampiro ma Richard Yates fa vincere la crisi</title>
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		<pubDate>Tue, 15 Dec 2009 19:37:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Stefano Ciavatta</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Intervista. Per Marco Cassini doveva essere «l&#8217;annus terribilis», ma “Revolutionary Road” vale 50mila copie. Bene “La solitudine” di Sillitoe, complice Giordano? «Chissà». Vasta? «Passaparola vincente». E ora arriva Pincio.

Nell&#8217;anno in cui compie quindici anni, la casa editrice romana Minimum fax segna il successo commerciale di sempre: oltre 2 milioni di euro, con un incremento di [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=contentistheking.wordpress.com&blog=1418891&post=943&subd=contentistheking&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p style="text-align:justify;">Intervista. Per Marco Cassini doveva essere «l&#8217;annus terribilis», ma “Revolutionary Road” vale 50mila copie. Bene “La solitudine” di Sillitoe, complice Giordano? «Chissà». Vasta? «Passaparola vincente». E ora arriva Pincio.</p>
<p style="text-align:justify;"><a href="http://contentistheking.files.wordpress.com/2009/12/revolutionary_road.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-944" title="revolutionary_road" src="http://contentistheking.files.wordpress.com/2009/12/revolutionary_road.jpg?w=240&#038;h=300" alt="" width="240" height="300" /></a></p>
<p style="text-align:justify;">Nell&#8217;anno in cui compie quindici anni, la casa editrice romana Minimum fax segna il successo commerciale di sempre: oltre 2 milioni di euro, con un incremento di fatturato del 28% rispetto al 2008. Non è refuso, a cui l&#8217;editore Marco Cassini è abituato, tanto da scriverci un diario per Laterza (Diario di un editore incorreggibile). I dati non mentono, anzi, senza il fenomeno dei vampiri, Minimum sarebbe il primo editore per indice di crescita. E la crisi dell&#8217;editoria? «La crisi è stata smentita giorni fa dai dati dell&#8217;Aie, c&#8217;è una lievissima flessione dell&#8217;1%, rispetto agli altri settori è inferiore. Non siamo felici ma neanche piangiamo. La piccola e media editoria è in forte crescita. Per fortuna abbiamo fatto un buon risultato, anche meravigliandoci. Adesso tutti i creditori verranno a chiederci i compensi pattuiti&#8230;».</p>
<p style="text-align:justify;"><span id="more-943"></span><br />
Il 2009 ha portato con sé strategie nuove? «Rispetto al 2008 molti editori hanno ridotto il numero di novità, una scelta condivisibile ma noi abbiamo mantenuto costante la produzione, anzi con la collana dei Quindici che celebra i 15 anni di attività editoriale, abbiamo portato avanti un discorso di formato diverso, con un costo anche maggiore». Fra questi c&#8217;è anche Revolutionary Road: «All&#8217;inizio dell&#8217;annus terribilis, a gennaio, lo abbiamo ripubblicato nei Quindici. Poi è arrivato l&#8217;effetto del film. Ha fatto numeri imprevedibili anche per noi, oltre 50mila copie, è diventato il bestseller di sempre, pareggiando in un anno quanto aveva venduto Carver in dieci anni con Da dove sto chiamando».</p>
<p style="text-align:justify;">Come siete arrivati a Yates? «Fa parte di quei classici dimenticati che però rimangono nell&#8217;aria. Tanto che nel 2002 sullo stesso titolo ci ritrovammo noi, Fandango e Instar. L&#8217;agente ci scelse perchè facemmo un&#8217;offerta per tutti i suoi libri. Eravamo in cerca del successore di Carver, che avevamo ripubblicato per intero. Vonnegut era finito a Feltrinelli. Yates era soprannominato il più grande scrittore sconosciuto d&#8217;America. Pensavamo di rimanerne solo orgogliosi come catalogo, invece è diventato un bestseller».</p>
<p style="text-align:justify;">E Wallace? «Della sua riscoperta ne avremmo fatto volentieri a meno, possiamo addolcire la pena sapendo che molti lettori lo hanno conosciuto più nell&#8217;ultimo anno che nei quattro precedenti». Un successo è fortuna? «Si vive anche di episodi fortunati, o di una logica non preventivata. Chi lo immaginava che quella copia dell&#8217;autobiografia di Miles Davis trovata in un cinema, di cui chiesi subito informazioni, scoprendo che era appena scaduto il contratto per Rizzoli, sarebbe diventato un nostro bestseller?».</p>
<p style="text-align:justify;">Un altro classico, La solitudine del maratoneta di Alan Sillitoe, ha ventuto 15mila copie. Complice la prefazione di Giordano? «Non ci sarà mai la prova del nove. A dire il vero avevamo pensato ad altri, ma Paolo, letti i primi tre racconti ha accettato entusiasta. Una cosa simile era accaduta con Lester Bangs e la prefazione dei Wu Ming, le 5mila copie vendute ci avevano sorpreso. Per noi un intervento del genere è una necessità editoriale ma anche una spinta in più commerciale, perchè siamo nati come scopritori di stranieri e con l&#8217;idea di traghettamento per i giovani lettori italiani, per arrivare a una generazione diversa e non familiare di autori. All&#8217;inizio pubblicammo Barth e Barthelme, introvabili e difficili».</p>
<p style="text-align:justify;">Qual è il confine tra un anno commercialmente buono e uno cattivo? «La nostra dimensione è tale che un singolo episodio può determinare un successo o anche il contrario. Facciamo trenta titoli l&#8217;anno, non abbiamo gruppi alle spalle, siamo l&#8217;unico editore senza collana noir e senza vampiri, viviamo nel rischio. Ma i nostri lettori ci hanno dato fiducia, è aumentato il fatturato e il numero di copie vendute (20%), e hanno premiato una collana, quella dei Quindici, con un prezzo maggiore rispetto al nostro standard. Questo ci responsabilizza».</p>
<p style="text-align:justify;">Quand&#8217;è che un libro funziona? «Già diecimila copie sono un grande successo. Anche la metà soddisfa. La gran parte dei libri che pubblichiamo finirà tra mille e 3mila copie. Capita di rado che si vada sotto le mille. Di rado anche sopra le diecimila. Saranno 3 o 4 i titoli 2009 sopra le 10mila». Il primo italiano di successo è Giorgio Vasta: «Il Tempo materiale è uscito a ottobre 2008, ma è un libro dalla fruizione più lenta e ragionata, ha avuto bisogno di tempo per far scattare il passaparola che è il sogno di ogni editore. Poi è arrivato l&#8217;altro ideale per un editore: far durare il libro al di là dell&#8217;uscita. Perchè uno dei problemi è la loro breve durata in libreria. Ma noi lavoriamo così sugli italiani, diluendo. Non siamo il grande editore con i panzer all&#8217;assalto, lavoriamo più sotterranemente, quindi o siamo invisibili, o arriviamo in fondo. E Vasta nel 2009 è uno dei libri più venduti, con 7mila copie. Se n&#8217;è parlato con l&#8217;esclusione dello Sterga, e con la vendita dei diritti prima a Gallimard, poi in America e Inghilterra. Una rarità per un esordiente».</p>
<p style="text-align:justify;">Il 2009 passa anche per scrittori già noti che arrivano a Minimum, come Genna, altro long seller: «Sì, inizia a esserci un moto contrario, di riflusso. Noi che abbiamo la medaglia d&#8217;oro per le migrazioni, vediamo premiato il lavoro della collana Nichel e di Nicola Lagioia, che desta l&#8217;interesse in autori già pubblicati che si propongono a Minimum. È successo con Pascale, con Genna, il prossimo immigrato è Tommaso Pincio, di cui ripubblichiamo Lo spazio sfinito, poi Domenico Starnone. Ma anche Zadie Smith e di nuovo Saunders».</p>
<p style="text-align:justify;">Da emergenti siete diventati una realtà editoriale. Le grandi case editrici si affidano ai manager. Per resistere devono fare così anche le piccole? «No, non nel senso che si intende generalmente con il termine manager d&#8217;azienda, dove capita che si è amministratori e basta, senza una background editoriale. Anche un bravissimo commercialista che non ne sappia di libri può fare danni. Siamo un&#8217;azienda in cui pesa molto l&#8217;anima e il portafoglio, per cui facciamo scelte ingiustificate e rischiose. Altrimenti ci divertiremmo di meno e saremmo soprattutto meno simili. La piccola e media editoria è una misteriosa categoria che ha iniziato un progetto editoriale senza saper fare due più due. Non possiamo usare stratagemmi fasulli per mirare a pagare soltanto le bollette. E oggi mica siamo diventati ricchi. Siamo un pò meno morti di fame. Aspiriamo a diventare miseri&#8230;».</p>
<p style="text-align:justify;">Però continuate da sempre a investire sul web, dove viene venduto molto catalogo: «Onestamente in partenza non eravamo organizzati. L&#8217;intento era quello di comunicare con i lettori, anche in maniera troppo trasparente, dando voce allo stagista e al direttore editoriale, come nei titoli di coda alla fine dei libri. Oggi posso dire che funziona bene perchè riesce a ripagare i costi e ha una buona parte commerciale: 75mila euro sono molti, spese escluse, e spesso non vendiamo a prezzo di copertina. Ne ricaviamo uno stipendio per chi cura tutti contenuti del sito e sui vari Twitter, Anobii e Facebook».</p>
<p style="text-align:justify;">Il 2009 è stato anche un anno di eventi dal vivo e iniziative multimediali: «Sì, ma sono molto più di una vetrina. Il Diario di Adriano di Albertazzi, un dvd da 10mila copie, andato in onda sulla Rai di notte, l&#8217;hanno visto più persone di quante abbiano mai comprato un nostro libro». C&#8217;è come una fidelizzazione dei lettori verso il marchio Minimum. È una leva per il futuro o un boomerang? «Abbiamo una identità ma non vendiamo cappelli, facciamo zero merchandising, semmai il marchio porta avanti i libri e la domanda se quelli nuovi piaceranno ai nostri lettori non è mai strumentale. Siamo convinti però che i lettori ci assomiglino».</p>
<p style="text-align:justify;">Dove non vi hanno ancora seguito? «Con i francesi: Adam, Vasset e Ovaldé. Chissà magari i manager ce li avrebbero sconsigliati. Ma noi continuiamo a crederci. Del resto il sogno di un editore è fare i conti senza sputtanarsi, pagare tutti guadagnando qualcosa, magari con il più bel libro pubblicato da sempre».﻿</p>
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		<title>I Litfiba risorgono, ma la sorpresa la farà Maroccolo</title>
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		<pubDate>Sat, 12 Dec 2009 12:49:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Stefano Ciavatta</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p style="text-align:justify;"><a href="http://contentistheking.files.wordpress.com/2009/12/litfiba-__80-tif-big.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-940" title="litfiba-__80-tif-big" src="http://contentistheking.files.wordpress.com/2009/12/litfiba-__80-tif-big.jpg?w=300&#038;h=207" alt="" width="300" height="207" /></a></p>
<p style="text-align:justify;">Elio e le storie tese l&#8217;avevano chiesto a gran voce <a href="http://www.youtube.com/watch?v=hD-Vkb9A5Tw" target="_blank">sei anni fa</a>, cantando sulla falsariga di una marcetta anni trenta: «Litfiba, tornate insieme, vi ricordate di quell&#8217;epoca che fu? Litfiba, non vi conviene una carriera da Renzulli e da Pelù! La scena del musicale si è impoverita senza dubbio alcuno. Ricordate quanti “meewh”? Ricordate quanti “Euh”? Io temo non ritornino giammai!». Da oggi gli autori di Litfiba tornate insieme possono dormire sonni tranquilli. I Litifiba ritornano insieme per davvero.</p>
<p style="text-align:justify;"><span id="more-938"></span><br />
La notizia sorprende a metà, perché sarebbe meglio dire, a questo punto, che a risalire sul palco sarà quello che già da tempo rimaneva della storica band fiorentina, appunto Ghigo Renzulli e Piero Pelù, il chitarrista fondatore e il frontman. Un pezzo di rock italiano che aveva già vissuto e resistito allo strappo del 1990, quando dalla formazione new wave che aveva prodotto Desaparecido, 17 Re e Litfiba 3 si allontanarono Maroccolo e De Palma, destinati poi a innestarsi nei Cccp (con De Palma morto poco dopo) e a dar vita all&#8217;altra grande formazione rock italiana, i CSI. Lasciate alle spalle le accuse di tradimento del pubblico, per i Litfiba arrivarono i successi commerciali che premiarono un suono meno aggressivo, meno oscuro e più latineggiante, «conquistadores delle classifiche e abili addomesticatori del selvaggio sound degli esordi». Poi vennero i primi screzi interni, fino alla condizione di separati in casa, divisi solo da turnisti, e lo scioglimento avvenuto nel 1999.</p>
<p style="text-align:justify;">«Sarà capitato anche ai Beatles, di avere un casino in famiglia, la nippona che il gruppo scompiglia è quella famigerata Ono» proseguiva Elio. Renzulli e Pelù erano ai ferri corti nel 1997 quando l&#8217;inatteso exploit di Mondi Sommersi, 750.000 copie vendute, li costrinse persino a un tour sold out. La registrazione del successivo album “Infinito”, con materiale scartato nel precedente album, fu solo un pro forma, vissuto con silenzioso disagio, e che però produsse un altro successo commerciale. Ma voglia di continuare insieme non c&#8217;era. E la voce di Pelù uscì dalla formazione. Il solo Renzulli fece flop.</p>
<p style="text-align:justify;">Sfibrato il nome Litfiba fino alla dissolvenza, i due si erano riavvicinati nel 2005 «con la possibilità di riscattare dalla Emi i master degli album degli anni Novanta» come aveva dichiarato Pelù in una intervista che non escludeva l&#8217;uscita in futuro di una raccolta di brani anche inediti. Oggi si parla di tour, da aprile 2010 quattro concerti a Roma, Milano, Firenze e Acireale. Il duo ha affidato a uno scarno comunicato la notizia del ritorno: «La voglia di salire su palco insieme e fare dei concerti è inarrestabile!». Un disco nuovo? Per ora si parla di una canzone inedita, Sole nero.</p>
<p style="text-align:justify;">Cinquantasei anni Renzulli, quarantasette Pelù. Anche gli alfieri della rock band italiana più importante degli anni 80, vedono il pelo imbiancarsi ma non il vizio e si mettono in fila dietro Vasco Rossi che ne ha 57 e Ligabue 49. Obiettivo i sempiterni Rolling Stone? C&#8217;è un progetto o è solo questione di disoccupati organizzati? E soprattutto che cosa rimane da rimettere insieme sotto il marchio? La notizia della riunione porta con sé la nostalgia dei tempi che furono. Anche perchè nel 2010 cade il trentennale della fondazione.</p>
<p style="text-align:justify;">E una delle menti storiche del gruppo, musicista e produttore tra i più importanti in Italia, Gianni Maroccolo, ha forse un&#8217;idea migliore, più onesta, ma più ardua (lo ha scritto su Facebook): risuonare 17 Re, l&#8217;album a cui tiene di più. «In pochi possono immaginare quante migliaia di mail riceva sui Litfiba 80/90». Le proposte fatte agli ex compagni non sono andate a buon fine. Ma Maroccolo ci proverà lo stesso.</p>
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		<title>La pornografia è cultura? L&#8217;eredità sexy di Lula</title>
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		<pubDate>Fri, 11 Dec 2009 10:55:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Stefano Ciavatta</dc:creator>
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La pornografia è cultura? Sembrerebbe una discussione bizantina, a maggior ragione se prodotta in un parlamento come quello brasiliano che dibatte da giorni di cose più serie, come lo sviluppo nucleare. Invece è una questione d&#8217;attualità almeno per il senatore Augusto Botelho del Partido de los Trabajadores (PT), lo stesso del vulcanico presidente Luiz Inácio [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=contentistheking.wordpress.com&blog=1418891&post=934&subd=contentistheking&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p style="text-align:justify;"><a href="http://contentistheking.files.wordpress.com/2009/12/pornografia-playboy-brasil-0a6a.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-935" title="pornografia-playboy-brasil-0a6a" src="http://contentistheking.files.wordpress.com/2009/12/pornografia-playboy-brasil-0a6a.jpg?w=230&#038;h=154" alt="" width="230" height="154" /></a></p>
<p style="text-align:justify;">La pornografia è cultura? Sembrerebbe una discussione bizantina, a maggior ragione se prodotta in un parlamento come quello brasiliano che dibatte da giorni di cose più serie, come lo sviluppo nucleare. Invece è una questione d&#8217;attualità almeno per il senatore Augusto Botelho del Partido de los Trabajadores (PT), lo stesso del vulcanico presidente Luiz Inácio Lula da Silva al suo ultimo mandato.<br />
All&#8217;origine dell&#8217;intervento di Botelho c&#8217;è l&#8217;idea di Lula di offrire mensilmente a tutti i lavoratori che guadagano meno di 1500 reales, cioè meno di 800 euro, un buono di 50 reales, ovvero 18 euro da spendere per andare al cinema o a teatro, o a vedere un concerto, oppure per comprare un libro, un dvd e così via. Ben tre commissioni del senato hanno approvato l&#8217;idea del buono per la cultura. «Ma si può spendere questo bonus per acquistare anche una rivista porno?», si chiede il senatore.</p>
<p style="text-align:justify;"><span id="more-934"></span><br />
L&#8217;emendamento di Botelho non è uno scherzo. La pornografia è una cosa seria in Brasile, mica un passatempo come i videogame, che infatti non hanno vita facile tanto che il bestseller Grand Theft Auto è stato vietato e il parlamento carioca ha annunciato altre battaglie contro «gli eccessi di violenza nei giochi».<br />
Ora si tratta di vedere se la pornografia è anche cultura. Sono passati più di trent&#8217;anni dalla prima edizione di Playboy, era l&#8217;agosto del 1975, e causa la censura della dittatura militare, la rivista si chiamava anonimamente A Revista do Homem. Soltanto cinque anni dopo potè vantarsi del marchio di fabbrica, quel coniglio che simboleggia l&#8217;universo delle riviste per adulti. Un business adulto che ha vissuto più di una crisi e che in questi anni si è dovuto reinventare, se non in alcuni casi addirittura arrendere.</p>
<p style="text-align:justify;">Nel frattempo in Brasile molte cose sono cambiate. Sarà che nel mondiale nippo &#8211; coreano vinto nel 2002, nonostante il divieto categorico del ct del Brasile Scolari ai suoi calciatori di non fare sesso, il giornale brasiliano O Estado di San Paolo riportò la confidenza di un dirigente della Federcalcio brasiliana che avrebbe portato in ritiro in Corea un «kit del sesso» da distribuire ai giocatori (e nel kit sarebbero state comprese ovviamente riviste pornografiche). Sarà anche che nell&#8217;anno passato la brasiliana Monica Mattos, ex receptionist in un bingo di San Paolo, ha ricevuto l’Oscar del Porno, l&#8217;ambito trofeo statunitense come migliore performance straniera femminile, diventando la prima attrice latinoamericana a vincere il premio dell&#8217;Adult Video News. Sarà anche che proprio a San paolo si svolge da oltre dieci anni la fiera dell&#8217;hardcore più grande di tutto il sudamerica, l&#8217;Erotika Fair, per mole di business tra le più importanti al mondo.</p>
<p style="text-align:justify;">Ragion per cui l&#8217;iniziativa del senatore Augusto Botelho interessa molto l&#8217;editoria porno nazionale. «Riviste e periodici sono anche materia culturale, e quindi anche la pornografia è cultura» ha detto Botelho a proposito del provvedimento che deve ancora essere ratificato dal parlamento e poi da Lula. Ma ha pure puntualizzato, fuori dalla provocazione: «Un milione di paesi in Brasile non hanno nemmeno una libreria, ma per fortuna esistono le edicole nei municipi». Botelho fa l&#8217;esempio anche di una città come Boa Vista, dove escludendo cinque librerie, c&#8217;è il deserto: «Le riviste e i giornali sono anche fonti di cultura. E a guardare bene non possiamo escludere la pornografia».</p>
<p style="text-align:justify;">Non ha dubbi Botelho. Mentre sono state molte le perplessità dello stesso Ministero della Cultura, che aveva iniziato una riflessione intorno all&#8217;argomento- come riporta El Pais e agenzie brasiliane &#8211; ovvero quale tipo di periodici e riviste si possano considerare culturali o meno. Ma il ministero ha poi abbandonato per la difficoltà e la complessità di definire il concetto di cultura applicato a una pubblicazione. Intanto l&#8217;Aner, l&#8217;associazione nazionale degli editori dei periodici, applaude all&#8217;iniziativa di Botelho, ribadendo che solo il 3% delle oltre 4mila riviste brasiliane può considerarsi non culturale. E che «leggere le riviste e i giornali è considerato da tutti il primo passo per interessarsi ai libri». Sarà il Brasile l&#8217;ospite 2010 del Salone del Libro di Torino?</p>
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		<title>Pisu a due piazze. Voglio ridere e far fuori Silvio</title>
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		<pubDate>Mon, 07 Dec 2009 10:19:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Stefano Ciavatta</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Intervista. Conversazione con un mattatore che da martedì torna in scena con una commedia. Wanda Osiris? «Barava ma con le rose». Striscia la notizia? «Quando c&#8217;ero io era un tg, ora solo denunce». Sorrentino? «Bravo. Mi ricorda Visconti».

Debutta ufficialmente a Roma martedì sera, al teatro Cometa dove resterà in cartellone fino al 10 gennaio 2010, [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=contentistheking.wordpress.com&blog=1418891&post=929&subd=contentistheking&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p style="text-align:justify;">Intervista. Conversazione con un mattatore che da martedì torna in scena con una commedia. Wanda Osiris? «Barava ma con le rose». Striscia la notizia? «Quando c&#8217;ero io era un tg, ora solo denunce». Sorrentino? «Bravo. Mi ricorda Visconti».</p>
<p style="text-align:justify;"><a href="http://contentistheking.files.wordpress.com/2009/12/raffaele-pisu.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-930" title="raffaele pisu" src="http://contentistheking.files.wordpress.com/2009/12/raffaele-pisu.jpg?w=300&#038;h=199" alt="" width="300" height="199" /></a></p>
<p style="text-align:justify;">Debutta ufficialmente a Roma martedì sera, al teatro Cometa dove resterà in cartellone fino al 10 gennaio 2010, con Chat a due piazze esilarante commedia di Ray Cooney riadattata da Luca Barcellona. Il copione ha convinto l&#8217;ottantaquattrennne Raffaele Pisu «perché finalmente si ride, e si ride davvero». Lo spettacolo, record di incassi a Londra e a Parigi, è il seguito della celebre commedia Run for your wife, (Taxi a due piazze), interpretata da Johnny Dorelli nel 1986, che ora Gianluca Guidi ha deciso di mettere in scena. Intorno a Pisu, Fabio Ferrari, Lorenza Mario, Gianluca Ramazzotti, Miriam Mesturino, Antonio Pisu e Claudia Ferri.</p>
<p style="text-align:justify;"><span id="more-929"></span><br />
«Posso fare di tutto&#8230;Tanto per sto per morire- racconta scherzando Pisu che in più di cinquanta anni di attività ha fatto teatro radio televisione e cinema- problemi non ce ne sono, potrei anche uccidere, alla mia età visti i tempi, rischierei ormai solo arresti domiciliari&#8230;chissà, potrei essere il Grande Vecchio di cui tutti parlano ma nessuno sa. Potrei ammazzare Berlusconi, quello senz’altro, anche subito…». Perché proprio il premier? ««Alla mia età non ho più remore. Non mi piace l’italia berlusconiana, ma non c’entra Berlusconi. Clinton è stato mandato via, Roosvelt è stato cacciato, qui non cacciano nessuno, anzi, tutti abbozzano sempre, ma poi è una colpa di giustizia che deve essere uguale per tutti e invece&#8230;non è giusto che ci siano dei comportamenti simili, poi la gente si incavola».</p>
<p style="text-align:justify;"><!--more--><br />
Lei ha iniziato nell&#8217;immediato dopoguerra. «Questo non lo sa nessuno. Ero stato fatto prigioniero dai tedeschi, nella mia Bologna, ero alla stazione e mi catturarono perché ero renitente alla leva, all&#8217;epoca c&#8217;era l&#8217;obbligo di arruolarsi alla Rsi, ma scappai. Fui preso, messo dentro un carro piombato e spedito in Germania, sul Mare del Nord. Mi sono fatto 15 mesi di prigionia. Poi tornato in Italia, con Sandro Bolchi decidemmo di fondare il Teatro della Soffitta». Nel 1964 ha girato anche Italiani brava gente con De Santis, un film sulle vicende di un reggimento italiano sul fronte russo. «Ero molto cambiato dopo questo film, non sapevo nulla di quello che era successo ai nostri soldati. Ho girato da solo venti minuti di cinema in mezzo alla steppa. Mi ricordo che arrivai per primo in Russia, e mi fecero vedere i documentari che avevano fatto loro, impressionante&#8230; soldati russi che aprivano i camion e cadevano le saracche, cioè i cadaveri congelati, tutti morti, dei nostri che avevano passato la notte con il camion in panne. Sono pagine rimosse perché danno fastidio a molti. È la tragedia, non la ritirata dell’Armir. Nel film c&#8217;è una scena per cui avemmo problemi. Andrea Checchi, durante l&#8217;offensiva russa telefona al generale e dice “siamo accerchiati da forze enormi, hanno i razzi, ma noi siamo solo mille uomini, là sono almeno 50mila” e il generale gli risponde “si ricordi che in mille fecero l’Italia con Garibaldi”. Capisci? In America ebbe invece molto successo, forse perchè risultavamo come soldati umani. So che a Broadway, in un cinema d&#8217;essai, nel cartellone dei classici del cinema, lo fanno spesso».</p>
<p style="text-align:justify;">Quando ha girato questo film drammatico era già un volto comico famoso. Aveva lavorato con Wanda Osiris, Gino Bramieri e Lisetta Nava, Franca Rame, Walter Chiari, Ugo Tognazzi, Mario Riva, Delia Scala, Bice Valori e Zoe Incrocci. «Wanda Osiris! Non sapeva fare niente, sul serio, ma aveva un fascino&#8230;una sera non aveva voce e l’hanno sostituita, ci accorgemmo solo quella volta che in scena c’erano i ballerini e boys. Aveva una magia particolare, emanava attrazione pura, i suoi erano sempre spettacoli sotto il segno di eleganza e bellezza. Costumi stupendi, rose gettate alle prime file, e così barava col pubblico. Lei faceva come quei vecchi attori che amano circondarsi dai cani per emergere. E poi si compiacciono di sentir dire in giro: “Eh, ma quanto è bravo Ruggero Ruggeri&#8230;”. Con Gino facemmo L’amico del giaguaro, un successo straordinario, un boom ma sono molto crudo: all&#8217;epoca non c&#8217;era nessuna concorrenza, eravamo un filo d’erba nel deserto. Oggi uno spettacolino come quello, tutto scritto, tra quiz, talk show, tette e culi, sarebbe più difficile emergere. Ho l’impressione che vogliano che vada così. Molti oggi hanno successo un anno poi non li rivedi più. Chiari e Tognazzi erano due grandissimi. Due destini strani, oggi per Chiari lo scandalo sarebbe una stupidaggine, l&#8217;altro è morto troppo prematuramente, poteva fare ancora grandi cose. Tognazzi aveva capito tutto, me lo diceva spesso: “Nel cinema non bisogna far niente, ma se hai la faccia&#8230; uno dice ti amo, ma poi pensa alla cambiale”. Erano grandissimi.</p>
<p style="text-align:justify;">Non vedo mattatori in circolazione, specialmente in prosa. Comici ce ne sono, parlo di quelli che appartengono a una generazione adulta come Montesano. Lo andavamo a vedere con Castellano e Pipolo, e segnalavamo tutto in direzione Rai, dove sono chiusi in ufficio e non sanno mai niente. Paolo Villaggio lo segnalai al funzionario Giovanni Salvi, c&#8217;era questo cabarettista a Roma che si rivolgeva in maniera insolente al pubblico, all&#8217;inizio non mi aveva convinto, ma poi&#8230; Così feci anche con Pippo Franco, Pino Caruso, Rick e Gian, parliamo del primo Bagaglino. Erano tutti comici che venivano a fare la trasmissione a Milano e poi prendevano subito il treno e tornavano a Roma al bagaglino. Zelig non ha inventato nulla ma neanche noi, è sempre andata così».</p>
<p style="text-align:justify;">Dei «comici incazzati» che ne pensa? «Guzzanti, Luttazzi, Grillo? Però a chi si rivolgono? A me pare che la loro arrabbiatura entri di qua ed esca di là. Anche il pubblico applaude ma poi? Non ci credono più a questi uomini della politica. E forse neanche a chi predica bene e razzola male come Grillo».</p>
<p style="text-align:justify;">Quest&#8217;anno Striscia la Notizia ha festeggiato il ventesimo compleanno. La seconda e la terza edizione la videro protagonista: «Fu una battaglia di Antonio Ricci. Mi disse chiaro, “guarda, non ti vogliono”. Ma si impose, gli piacevo. Però ora non è più Striscia, all&#8217;epoca era un tg dove si prendeva in giro e si parodiava, oggi è una trasmissione di denuncia, se poi andassero a vedere le cose loro, insomma&#8230;Le veline? Più che altro era materia per Greggio, poi avevo una moglie, dei figli, dovevo guardarmi le spalle!».</p>
<p style="text-align:justify;">Che ne pensa della polemica sui Fondi dello spettacolo e sulle opere prime nel cinema? «È una mafia, c’è dappertutto. Tutti i settori. La gestione dei fondi non è cristallina, ma la giustizia…c&#8217;è la gente che merita, che scavalca le montagne per fare i film, ed è giusto che abbia un sostegno. In passato è successo che tiravano su compagnie e prendevano soldi dal governo e dopo 15 giorni le scioglievano. Io sono di sinistra ma rimprovero certi silenzi. Cosa ha fatto quando è salita al governo? Non voglio dire di conquistare l’italia, non sono Berlusconi o Mussolini, ma vogliamo dire che ci sono dei poveracci? Dovevano dare incentivi, un aiuto alle persone. Invece arrivano su e non parlano più. Anche Bertinotti per esempio. Una volta in camerino è venuta la moglie. Gli ho chiesto perchè da presidente della Camera non parlasse più. E lei “Dovrei dirle che sono gli stessi del partito a dirgli così”. Io ci credo alla sinistra. Una volta mi hanno anche cercato&#8230;».</p>
<p style="text-align:justify;">Bondi ha fatto l&#8217;esempio del Divo di Sorrentino che però era al suo quarto film. Con lui ha lavorato ne Le conseguenze dell&#8217;amore. «Te lo dico subito, è il regista di domani, mi ricorda De Santis, Visconti e Fellini. È bravo, sul set ho pensato, finalmente qualcuno che cura gli attori. Scrupoloso, professionismo puro anche se è abbastanza giovane. Oggi mancano i produttori. Una volta si diceva “ho un buon copione, non basta serve un produttore”. La situazione non è cambiata. Anche Fellini, nonostante i capricci, c’è riuscito, bisogna trovare qualcuno che crede in te. Se non mi dai fiducia, mi demoralizzo. Franchi e Ingrassia incassavano, finchè facevi Caccia al marito bene. Ma sennò niente, De Laurentis ci rimetteva con i film che voleva fare lui. Bisognerebbe battersi per fare queste cose. Come qui a teatro, che è fatica e entusiasmo».</p>
<p style="text-align:justify;">Lei ha lavorato con De Sica e Mastroianni. Cosa è cambiato da allora? «I registi parlavano con noi, oggi è un po’ dura, ti chiamano per i provini, erano catalizzatori, facevano parlare gli altri. Sordi, Fellini, assorbivano tutto. Pasolini era un genio assoluto. Faceva capolavori con due soldi. Devi saper rischiare. Ma erano anche i tempi in cui Fellini ti raggiungeva a sorpresa sulla spiaggia di Fregene. Ricordo quel giorno, una figura che svolazzava, “Ciao come stai, diamoci del tu, Marione come sta?” Domande assurde, mio fratello aveva girato pochi giorni prima Giulietta degli spiriti. Io avevo fatto un film folle, senza parole, lui aveva sbirciato in fase di montaggio il pezzetto, si incuriosì e mi chiese di fare un film su di lui, “Fallo sennò la fanno gli americani, ti presento a rizzoli, vieni in ufficio all’Eur&#8230;Ma un film su di me lo faresti?” “Certo!” Gli risposi subito. “E come lo faresti?” “Sali sopra una montagna di fango, vestito di bianco sali, mentre strisciano nel fango questi tuoi personaggi che ti tirano pomodori in faccia, che si ribellano a te&#8230;” Ogni tanto mi telefonava, Roma non mi è piaciuto e ci rimase male, ma con Amarcord gli dissi “Prendi l’oscar!”. Da quel momento ero l’oracolo, ogni volta mi telefonava, prometteva e non manteveva, come il Viaggio di Mastorna che non ha mai fatto».</p>
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		<title>Comizi più disco. L&#8217;urlo di Zavattini</title>
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		<pubDate>Mon, 07 Dec 2009 09:35:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Stefano Ciavatta</dc:creator>
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«Di Zavattini, ho l’impressione di non saper niente perché lui ha scritto tanta di quella roba che saper tutto, aver letto tutto, aver visto tutto, aver ascoltato tutto, di quel che ha fatto lui, certi soggetti cinematografici, dicono, certe sceneggiature, essere, come si dovrebbe, documentati (…). Essere degli specialisti, di Zavattini, è un mestiere, faticosissimo, [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=contentistheking.wordpress.com&blog=1418891&post=926&subd=contentistheking&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p style="text-align:justify;"><a href="http://contentistheking.files.wordpress.com/2009/12/cover-zavattini-le-lettere.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-927" title="cover zavattini le lettere" src="http://contentistheking.files.wordpress.com/2009/12/cover-zavattini-le-lettere.jpg?w=159&#038;h=250" alt="" width="159" height="250" /></a></p>
<p style="text-align:justify;">«Di Zavattini, ho l’impressione di non saper niente perché lui ha scritto tanta di quella roba che saper tutto, aver letto tutto, aver visto tutto, aver ascoltato tutto, di quel che ha fatto lui, certi soggetti cinematografici, dicono, certe sceneggiature, essere, come si dovrebbe, documentati (…). Essere degli specialisti, di Zavattini, è un mestiere, faticosissimo, è un autore che non conviene, sceglierlo, per far delle tesi (&#8230;); bisogna intendersi di prosa, di poesia, di pittura, di cinema, di radio, e del contrario di tutto (&#8230;) che, da un certo punto di vista, per un critico, veramente, Zavattini è una specie di condanna…».</p>
<p style="text-align:justify;"><span id="more-926"></span><br />
Fa paura al già logorroico e straripante Paolo Nori il vulcanico Zavattini, l’inaccontentabile one man band che quasi quarant’anni fa osò fisicamente sdoppiarsi in libreria. Nel ventennale della sua morte si ripubblica infatti Non libro più disco (con l&#8217;appassionata prefazione di Nori), che nel 1970 affiancava al testo un 45 giri. Pagine incluse poi nelle Opere Bompiani dedicate allo scrittore, ma edite senza disco, che viene ora allegato alla ristampa a cura di Stefania Parigi, nella collana Fuori Formato di Le Lettere. Uno dei tanti recuperi di libri irrequieti (non semplicemente insoliti e inclassificabili), fortemente voluti da Andrea Cortellessa.</p>
<p style="text-align:justify;">In questo caso, uno strano oggetto dalla natura ibrida, non un romanzo né un saggio, qualcosa a metà tra il diario e il comizio, perché dove finisce il libro segue appunto il 45 giri, la parola scritta si interrompe ma non Zavattini che prende in mano il microfono e ricomincia. Componendo un ennesimo autoritratto, dove al Zavattini naïf, si affianca un personaggio «mostruoso», incontenibile, ribelle.</p>
<p style="text-align:justify;">Non libro più disco inizia così: «Fica? Perché? Sono comunque il primo italiano che apre con questa parola un discorso sociopolitico (N. B.: onorarla con il carattere bodoniano a pagina piena). Voi nel frattempo col sedere tradizionale sul sofà aspettate il seguito. Cioè un libro. Aspettatelo. Io vado a puttane. Basta coi libri, o confidate di uscire dalla merda, in cui siamo per ammissione stessa di chi comanda, perfezionando lo stile, creando la lingua del contropotere? Campa cavallo, buffoni colti». Un inizio che scioccò molti librai all&#8217;epoca, ma il Non libro è pieno di altri shock, polemiche, folgorazioni, ripensamenti, lampi feroci come «Ho avuto nove anni a quale scopo?». Zavattini si reincarna con la sua opera, è un uomo fatto libro, la sua fisicità straripante gioca nel testo con l’inchiostro, con macchie rosse e nere gettate a rinnegare tutto, con i caratteri tipografici che amplificano e debordano, le colate improvvise di lettere e gli “appuntazzi” come li chiama lui. «Quella di Zavattini è una profonda contestazione dell’istituzione letteraria, e viene da lontano, quando credeva più nel cinema e non nella scrittura per lui portava lontano dalle cose» spiega la curatrice.</p>
<p style="text-align:justify;">E quelli del Non libro sono proprio gli anni della contestazione, e il testo fa continuamente riferimento alle cose troppo ordinate da far saltare in aria -con le bombe!- perchè reprimono. Il primo a sentirsi imprigionato è proprio Zavattini, a cui nel 1969 non bastano più i suoi “Cinegiornali liberi” in giro per l’Italia, né l’avanguardia, storica, i soliti futuristi, e quella moderna, compreso il gruppo 63. I giochi di parole? Uno sperimentalismo datato. Bisogna uscire dai limiti? Allora ecco il disco. Del resto, non era di Zavattini la scena in Miracolo a milano, dove un povero chiedeva «un milione di milioni di milioni», e l&#8217;altro ribaltava la logica aggiungendo soltanto «più uno»?. Basterà a Zavattini ribaltare la logica per credere al suo comizio? «E se fossi destinato a essere soltanto un artista? Mi si accappona la pelle», confessa nudo e crudo. È consapevole della impotenza della parola, ma sa di doverla usare. Nel Non Libro più disco, ieri quasi libro d&#8217;artista e da collezione, oggi quasi un tascabile, ma non meno scomodo, Zavattini continua a gridare la sua ribellione, denunciando una mancanza di respiro. Senza lezioni, fino all&#8217;ironico ululato finale.</p>
<p>Non disco più libro<br />
Cesare Zavattini,<br />
Le Lettere, XXVII+100 pp., € 22</p>
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		<title>Carli’s Way. Dubai</title>
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		<pubDate>Wed, 02 Dec 2009 15:50:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Stefano Ciavatta</dc:creator>
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Che cos‘è il genio? È fantasia, intuizione, colpo d’occhio e velocità di esecuzione. (Amici Miei)
Emiliano Carli. Qui
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<p style="text-align:center;"><em><em>Che cos</em>‘<em>è il genio</em>? <em>È</em> fantasia, intuizione, colpo d’occhio <em>e</em> velocità di esecuzione. (Amici Miei)</em></p>
<p style="text-align:center;">Emiliano Carli. <a href="http://www.ilriformista.it/publisher/Carli%27s%20way/section/" target="_blank">Qui</a></p>
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