Per blogger e consulenti web, Rupert ha torto ma Google corre troppo. «C’è molta pretattica», sbagliato però «scaricare le difficoltà della carta sulla rete». I motori di ricerca? «Servono anche al Wsj».

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«Come dice Jeff Jarvis, “fai le cose che sai fare e falle meglio che puoi, il resto linkalo”, l’esatto opposto di quello che dice Murdoch». Chi lavora sulla rete ogni giorno e si trova a raccontare gli sviluppi del web come Massimo Mantellini, consulente web e blogger tra i più seguiti in Italia, commenta così le minacce a Google: «In questo gioco di dichiarazioni c’è molta pretattica. Molte delle cose che dice Murdoch potrebbe banalmente farle da sole. Basta aggiungere una riga di codice e Google non ti indicizza più. Mi sembra più un “armiamoci e partiamo” verso la battaglia, con gli altri editori».


Google però non sembra spaventarsi: «Loro hanno sempre avuto la tendenza a ragionare in maniera autonoma – ammette Mantellini. Certo con Youtube in materia di copyright avrebbero potuto fare di più. Per la logica di Murdoch ma anche per l’AP, qualunque parola può essere messa sotto copyright. Così però si intacca il fair use, cioè il principio per cui devo poter citare una quota di quello che tu scrivi». Questa frizione viene dal lontano? «Certamente una quota di questa accelerazione della contrapposizione deriva dalla crisi della carta. Ma non si può scaricarla sulla rete. Economicamente sono due realtà mescolate ma non la stessa cosa». Se ci fosse un accesso a pagamento, come reagirebbe l’utente italiano? «Siamo meno abituati ad avere un rapporto economico con i contenuti digitali. Non abbiamo l’idea del free come scambio, ma individualistica cioè gratis». Chi funziona in rete? «Huffington, Politico, che sono degli ibridi che incarnano la natura della rete, tra una quota editoriale propria e aggregatori».

Per Paolo Ferrandi, giornalista e blogger, «se oggi non sei sui motori di ricerca, non esisti. Il problema vale per tutti i produttori di contenuti. La loro logica è ancora legata al concetto di brand e homepage. I ritorni economici hanno due possibilità: il filone gratuito che simula e replica le tv commerciali, e quindi è la pubblicità che paga il contenuto. Oppure l’abbonamento. Ma i motori di ricerca parificano tutti i contenuti. Quindi il problema è come ci arrivi: se dalla homepage, il ritorno è maggiore. Chi comanda però è l’utente e i suoi bisogni. Meglio soddisfatti da un motore di ricerca che da una testata. Una prova? Con Google trovi articoli del Wsj che dalla homepage non ti sarebbero indicati». A chi si può guardare come esempio? «Paradossalmente chi lavora meglio, perde più soldi- prosegue Ferrandi- Il New York Times è ottimo ma continua a tagliare gente. Gli editori si sentono defraudati del loro business. A settembre De Benedetti ha immaginato che una quota dei proventi dei provider vada nelle casse degli editori. Eppure la disponibilità degli archivi online è stata una loro scelta precisa».

«Murdoch ragiona da vecchio. La sua scelta penalizzerà se stesso – dice Alessandro Longo, blogger, giornalista collaboratore dell’Espresso, Affari & Finanza e Nova del Sole24ore – Però c’è da dire che la continua espansione di Google sta mettendo in difficoltà l’industria tradizionale. Google ha sempre operato senza preoccuparsi di un accordo tra le parti, vedi i casi degli e-book e Youtube. Questo va bene in ottica innovazione, ma l’industria non può morire di colpo, bisogna riuscire a guadagnare insieme. Il problema è complesso, nessuno sa che tipo di accordo potrebbe essere stilato con Google news. Di certo Google ha meno interesse di Murdoch, anche perchè nessuna legge può condannarla».

Luca Conti, collaboratore del Sole 24 Ore e consulente per i media digitali «l’attrito non è una novità. Offline i giornali hanno le loro concessionarie di pubblicità, online Google ha ormai una posizione dominante. Se i giornali alzassero domani un muro sui propri contenuti, l’effetto sarebbe quello di perdere lettori e pubblicità senza assicurarsi ricavi sufficienti derivanti dal pagamento dei contenuti». Esiste un partito di Google? «Google ha dalla sua parte il mercato della pubblicità online e milioni di utenti, insieme a centinaia di migliaia di piccoli editori online. A partire dai network di blog a basso costo, come Gawker Media, che hanno solo da guadagnare da una restrizione simile. Alla faccia di Murdoch».

Insomma Murdoch contro i mulini a vento? «Le notizie online sono di fatto un servizio così diffuso che tu non sei in grado di far pagare. Il Wsj? Ha molti abbonamenti, ma dall’informazione finanziaria si trae un vantaggio, questo non vale per i generalisti. Il Nyt, che ha investito di più, sta sperimentando una formula che monetarizzi la comunità di lettori più fedeli, aggiungendo servizi che facciano leva proprio sulla comunità». Che fine farà la carta? «È complementare al web. Dovrà cambiare il modello di business complessivo. Il giornale tradizionale che fonda tutto sulla carta è destinato a cambiare radicalmente. Ma i contenuti pay non sono sicuramente una soluzione per far pareggiare l’investimento online».

Per Luca Sofri, giornalista e creatore di Wittgenstein.it «Murdoch sta ponendo le basi per una battaglia ideologica che non è in grado di condurre, nè può permettersi perchè i rischi sono grossi. Alza la voce perchè diventi più plausibile per trovare forze altrui. Come un tizio che mentre precipita, pensa a fare altre cose. Come per la musica online, niente sarà come prima. Oggi Murdoch può salvare quello che c’è di salvabile, solo se pensa che ci perderà molto».

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