Condannati i quattro poliziotti che uccisero Aldrovandi.  Intervennero all’alba del 25 settembre 2005 per fermare il giovane. E picchiarono duro. La drammatica lettera di un ispettore della Digos amico dei genitori.

aldovrandi

«Il tuo, era e doveva essere il più semplice degli interventi che una forza di polizia può affrontare e risolvere. Quella mattina potevi essere chiunque, il figlio di chiunque, la persona più onesta o disonesta di questo mondo. Quando ci si trova di fronte a una persona nelle condizioni in cui ti hanno descritto, la prima cosa da fare è chiamare un’autoambulanza con medico al seguito. Nel frattempo si prova a dialogare con chi ti sta di fronte per cercare di calmarlo, di tranquillizzarlo. Se poi è violento o diventa violento ci si allontana, ci si chiude in macchina chiedendo rinforzi. Una volta arrivato il medico, con questi si concorda su come intervenire. Di solito si immobilizza il soggetto e il medico pratica un’iniezione con del calmante. C’era solo questo da fare e nient’altro».

Sono le parole di Nicola Solito, ispettore della Digos di Ferrara contenute in una lettera recapitata a Stefano Aldrovandi, fratello del diciottenne Federico, ieri mattina (come riporta il quotidiano online Estense.com), prima della sentenza che ha visto in serata condannati Paolo Forlani, Monica Segatto, Enzo Pontani e Luca Pollastri, i quattro agenti della polizia di Ferrara che all’alba del 25 settembre 2005 intervennero in via Ippodromo per arrestare il ragazzo.

Ne nacque una colluttazione che portò alla morte del ragazzo. Allora venne sostenuta fin da subito la tesi del malore per assunzione di stupefacenti. Oggi la condanna è per omicidio colposo per aver ecceduto nell’intervento con metodi violenti. Tre anni e sei mesi di reclusione la pena da scontare. Due mesi in meno di quanto chiesto dalla pubblica accusa. I poliziotti infierirono sul corpo del ragazzo nonostante Aldrovandi continuasse a chiedere aiuto, ammanettandolo dietro alla schiena, premendolo steso per terra a faccia in giù, in una posizione che secondo i periti ha causato un’asfissia. Alla lettura della sentenza, c’è stato un boato. L’attesa era tutta per i genitori che nel 2005 denunciarono il caso grazie a un blog, rompendo il muro di silenzio intorno alle causa di decesso.

«Gente che è arrivata a fare quello che ha fatto è capace di tutto»: una dolente ammissione quella del funzionario chiamato per primo a riconoscere il cadavere di Aldrovandi, ancora steso sull’asfalto dove rimase per 5 ore, fino a quando per opera dello stesso Solito, vennero avvisati gli Aldrovandi, di cui da anni era amico. Nella lettera composta da tre fogli, si confessa allo stesso Federico, «non c’è notte e giorno che non ti penso (…) Ho davanti agli occhi lo strazio di tuo padre che, inginocchiatosi davanti mi stringeva forte le gambe urlando: Dimmi che non è vero Nicola».

Solito racconta cosa anche il peso dell’amicizia con gli Aldrovandi: «Da quella mattina in poi è un incubo. Ho dovuto fare i conti con me stesso e con tutto quello che mi circonda, da una parte l’uomo e dall’altra il poliziotto, perché io ero “l’amico” e per questo ho subito gratuitamente delle minacce, battute e commenti fuori luogo».

Una situazione pesante: «Sono arrivato al punto di non sapere più di chi fidarmi. Ho scelto di continuare a essere onesto e sincero». Una scelta che ha coinvolto le persone vicine all’ispettore, allontanate «per paura che (…) possano subire delle rivalse».

Poi la mattina della sentenza e la decisione di schierarsi: «La sentenza, non mi interessa, qualunque essa sia. Da oggi in poi, mi interessa solo tornare a stare al fianco dei tuoi genitori e di Stefano». Perché i sentimenti nobili come l’amicizia «non verranno mai scalfiti da qualsiasi strategia, disgrazia, da qualsiasi evento (…). Come poliziotto ti chiedo perdono per tutto quello che ti hanno fatto».

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