Cinema. L’undici giugno del 1979 moriva a Los Angeles il Duca di Hollywood. Il mito di un’epoca intera, forte di una identità chiamata America.

Tra un film in uscita nelle sale e un altro che forse sbarcherà a Venezia, i fratelli Coen stanno lavorando a una nuova versione del Grinta, il western crepuscolare diretto da Henry Hathaway nel 1969, interpretato da John Wayne e tratto dal romanzo Un vero uomo per Mattie Ross scritto da Charles Portis. Remake solo parziale perchè pare che i Coen saranno più fedeli al libro che al film che quarant’anni fa valse l’unico oscar al Duca, come veniva chiamato Wayne a Hollywood. Ma tanto basterà nel lancio promozionale a ricordare l’immagine di un ostinato anziano Rooster Cogburn detto il Grinta, che attacca i banditi al galoppo con le redini in bocca, tenendo una carabina in una mano e una pistola nell’altra. Un Wayne stanco, col parrucchino perchè devastato dal tumore ai polmoni contro cui lottava dagli anni sessanta, persino patetico ma con una strana grandiosità, ancora una volta epico lottatore. Morì dieci anni dopo, stroncato dal «the big C.» come lo chiamava lui, l’11 giugno del 1979, a Los Angeles.
Cosa rimane oggi della leggenda Wayne? Di sicuro è passata un’epoca, un’epoca di certezze. Anche molto banali, come il ruvido maschilismo del Duca. Quando in Borotalco l’architetto Manuel Fantoni, don giovanni e uomo di mondo, vuole stupire il mite e impacciato piazzista di dischi Sergio Benvenuti, ha un solo nome da tirare in ballo: «Eh, l’America è un paese bello affascinante, però è anche un paese strano, pieno di contraddizioni.. Tu lo sai per esempio che John Wayne era frocio?». La piccola commedia di Verdone è del 1982. La nuova Hollywood nel frattempo era risorta con nuovi registi e nuovi volti. Era cambiato lo star system, erano cambiati gli studios. Arrivano Coppola, Spielberg, Scorsese, Lucas e le sue Guerre Stellari, tra gli attori emergono con prepotenza De Niro e Al Pacino.
La forte impronta virile era solo una delle espressioni di un americano puro, alto, enorme, repubblicano convinto, anticomunista viscerale come lo era un’intera nazione, patriota all’antica. Se il suo mentore Ford incappò più volte nell’accusa di razzismo, lo stesso capitò a Wayne, soprattutto quando spese in prima persona la sua carriera come regista, suo sogno segreto da quando aveva lavorato per lungo tempo accanto a John Ford. Lo aveva confessato in una lunga intervista a Peter Bogdanovich, il più intellettuale dei registi della nuova Hollywood, suo grande estimatore, che ancora ricorda: «Il Duca era un mito, di cui rimangono solo i film e non le idee destrorse». Non fu un falco insomma, ma neanche una colomba.
Il contraltare al propagandistico Berretti verdi sulla guerra in Vietnam (regia di Wayne), uscito nel 1968, film che che Gianfranco Fini non riuscì a vedere proprio per una manifestazione di protesta, impiegò dieci anni per arrivare nelle sale (e nello stesso anno della morte di Wayne): si trattava dell’allucinazione di Apocalypse Now di Coppola. Le buone intenzioni dell’alienazione del reduce John Rambo (1982) diventate negli anni 80 un fumettone seriale, avrebbero ricordato i vecchi schemi «musi gialli e comunisti» di Green berets. Ma se il solitario reduce del Vietnam tentava di riacciuffare l’America perduta, il patriota Wayne dietro aveva l’idea forte di una certezza mai svanita. Ad uscire definitamente dalla propaganda ci pensarono film come Platoon e Nato il 4 luglio di Stone, Hamburgher Hill e Kubrick con il suo Full Metal Jacket. I Berretti verdi divennero archeologia. L’altra regia di Wayne che gli aveva procurato antipatie fu quella della Battaglia di Alamo, dove diresse se stesso nella storia dei duecento texani comandati da Davy Crockett contro l’esercito messicano. Via i panni del pistolero, e dentro ancora quelli del pratriota. Non fu un grande successo, nonostante avesse covato a lungo il progetto.
Sempre negli anni 80, Silverado di Lawrence Kasdan, più che rilanciare il western- la patria d’elezione di John Wayne, genre che era dato per morto anche in coincidenza della morte di Wayne, attore feticcio di John Ford – fu quasi un’espisodio isolato in attesa (lunga) degli Spietati di Eastwood, colpo di coda del genere di un altro americano, già volto dei western di Leone, conservatore come Wayne, ma col tempo diventato quasi un anarchico, amato e sposato dalla sinistra, impresa che ufficialmente non riuscì mai a Wayne.
Forse perchè il Duca, nato nel 1907, era invece un uomo degli anni 30/40, politicamente meno raffinato di Eastwood. Così come pure Wayne, antiliberal ma non reazionario, era agli opposti di un altro regista western particolare, adorato da destra e sinistra, l’anarchico Sam Peckinpah, autore tra l’altro del Mucchio selvaggio, western sanguinario e crepuscolare. Però Peckinpah per Hollywood era «uno stronzo con una bandana» mentre Wayne per gli Studios e per l’America era il mito di incassi e carisma. Quando Jean Luc Godard si chiedeva perchè odiasse Wayne quando faceva i Berretti verdi e lo amasse quando prendeva in braccio Natalie Wood alla fine di Sentieri selvaggi, dimostrava con una domanda retorica l’ammirazione per il mito di John Wayne, sconfinata come l’orizzonte della Monument Valley racchiuso dall’occhio di Ford nel vano della porta di casa, e controversa come la solitudine a cui lo stesso Ford condannava l’inquieto e razzista Ethan Edwards alla fine di Sentieri Selvaggi.
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