(recuperi) Le lacrime impure di Furio Monicelli
Aprile 20, 2009

Nell’Udienza di Ferreri il candido e ingenuo Amedeo con la faccia di Jannacci, invece di fare le barricate o scrivere le lettere al direttore, andava a chiedere udienza al Papa, finendo respinto come Kafka sulla porta, mentre fuori infuriava il Movimento (era il 1971). Undici anni prima era stato Furio Monicelli con un romanzo a bussare, dal di dentro però, con uno spirito protestante e senza la maschera del grottesco, inaugurando a modo suo un decennio che avrebbe confutato l’idea di Autorità e Potere. Il Gesuita Perfetto, romanzo remoto ad opera di uno scrittore irregolare divenuto tanto celebre nel giro fulmineo di poche stagioni quanto più rapidamente scomparso dal mondo delle lettere, è stato di recente riportato in superficie dal film di Saverio Costanzo.
Testo d’esordio per lo scrittore, arrivò in finale al Premio Strega addirittura sotto forma di bozze. Parise che all’epoca era consulente per Longanesi, consegnò entusiasta alla Morante quei fogli. Era il 1960 e vinse la Ragazza di Bube di Cassola. A distanza di dodici mesi Monicelli scrisse un altro romanzo, I giardini segreti. Per Longanesi fu il bestseller dell’anno. Cristina Campo e altri, come Guglielmi, Milano, Zolla e Pampaloni ribadirono pubblicamente gli elogi. I giovani Calasso e Wilcock erano incuriositi. Per Monicelli rappresentò invece l’occasione per chiudere il cerchio: niente più da dire, da scrivere e quindi sparire.
“C’è di meglio da fare che scrivere. Un libro si legge, poi si chiude, si fa dell’altro. Io non ho nessun messaggio da trasmettere”. La dichiarazione è recente, quando furono riediti i suoi romanzi – entrambi con i titoli cambiati – ma non la sostanza tanto che Monicelli in letteratura volle essere di passaggio (cruciale), per continuare a fare tutt’altro: il giornalista errante dalle Cronache di Jacopetti (chiuse per le foto scollate della Loren) a Tempo Presente, dai resoconti da Soho alla BBC, e poi marinaio, portiere d’albergo, insegnante al Conservatorio. Ma quale esperienza si era esaurita tra le carte?
All’inizio di tutto c’è una fuga, il noviziato gesuita che fece poco più che ventenne, fatto alquanto insolito per un ragazzo proveniente da una famiglia laica e socialista, fratello di Mario e Giorgio Monicelli, imparentato con i Mondadori (quasi quarant’anni dopo l’editore sollecitato alla ripubblicazione del Gesuita non serbava alcuna memoria). La Compagnia di Gesù doveva rappresentare la ricerca di una serena austerità e un rifugio sicuro dal chiasso dei desideri (l’assiduità degli occhi nel cercare altro, insoddisfatto). Non fu così e dopo quindici mesi avvenne l’abbandono, narrato in due articoli spediti al Mondo nel ’52, con cui divenne corrispondente.
Quando Monicelli abdica alla professione di scrittore accade di tutto, basta leggere i nomi dei protagonisti sull’annuario: JF Kennedy, De Gaulle, Dylan, Gagarin, Castro, Hemingway, Beatles. Continuano le polemiche intorno alla Dolce Vita, il ritratto funebre di una società in apparenza ancora giovane e sana.
Che cosa aveva dunque da dire questa “vecchia” storia di vocazione fallita, di parole tridentine come libero arbitrio, intelletto, volontà, potere, virtù? Non la semplice storia di steccati morali e insofferenza, di gioventù e slanci mistici, non una storia cristallina, almeno: era la vicenda di una vocazione che per resistere nel dolore alle mortificazioni delle regole e obbedire a una fede militante non poteva non scoprirsi malsana e corrotta, “vi era nella sofferenza contemporanea un elemento morboso che uccideva ogni energia. Si soffriva ma non si lottava”.
Al protagonista Andrea, appena maggiorenne, veniva richiesta una gravitas necessariamente fittizia per la sua età, tale da sviluppare da subito la “stupenda emancipazione dal presente”, il cui rovescio schizofrenico era la condizione di convalescenza spirituale piena di rabbiose ma ovattate reticenze.
Su di lui si abbattono l’assillo delle regole che esauriscono presto l’effetto liberatorio e diventano sprezzanti verso la persona, l’intelligenza costretta al silenzio in cui perde il senso, il linguaggio annacquato nelle mediocrità stilistiche delle consolazioni. Ma soprattutto il quarto di carità, dove ciascun novizio viene passato al vaglio morale da tutti gli altri e che assume i contorni spietati della delazione.
Che “Lacrime impure” (come è stato rintitolato il libro) non fosse un romanzo a tesi, o anticlericale tout court lo dimostra il tempo, che non lo ha disinnescato. Il Gesuita perfetto rimane molto di più di un classico romanzo di formazione, è la diserzione ancora efficace da un anacronismo vincente come la Compagnia e i suoi crudeli rituali d’iniziazione, per nulla formali, ma di una forma in cui s’incarna una rigorosa ripetizione degli schemi di auctoritas della società. Contro ogni forma di irrimediabile disperazione esiste la volontà umana, piegabile ad ogni costo, anche quello di ottenere una vocazione svuotata di sé, quella con cui Andrea si scopre alla fine gesuita perfetto e rispettato.








