Si può parlare e discutere, sempre. Ma di cosa? Il dolore della famiglia Custra non trova pace e non ha risposte. Per voce della vedova si raggiunge subito un punto di non ritorno.
Ormai uno parla e si fa soltanto male, affiorano i ricordi, preferisco starne fuori, anche come madre. Chiudere? Purtroppo si ricomincia sempre quasi tutti gli anni, gli anniversari, una volta sono 15 anni, una volta trenta, una volta per la scuola, una volta per la lapide, una volta per la caserma”.
A parlare è Anna Custra, vedova del vice brigadiere di P.S. Antonio Custra ucciso a Milano nel maggio del 1977, medaglia doro al merito civile conferita da Ciampi nel 2004 come appartenente alla polizia di stato caduto nell’adempimento del servizio per fatti di terrorismo. Anche per Calabresi in quella circostanza ci fu l’onoreficenza.

Raggiunta al telefono dal “Riformista” ha risposto con molto garbo, complice un desiderio di discrezione ancora più forte. Anche per proteggere la figlia Antonia che all’epoca venne alla luce pochi mesi dopo la tragedia. E a lungo, nella speranza forse vana di difenderla, è stata tenuta all’oscuro del dolore che spingeva dal passato e poi  è scoppiato, in un colpo solo. L’anno scorso la figlia ha scoperto la verità, complice Mario Calabresi che, incontrandola a San Giorgio a Cremano per intervistarla per il libro “Spingendo la notte più in là”, gli ha svelato l’identità dell’assassino del padre. Quel Mario Ferrandi che Antonia poi ha fortemente deciso di vedere in faccia da sola, andandolo a trovare a Milano prima a casa e poi durante un sopralluogo, insieme, in via De Amicis. “Non le avevo mai parlato di queste cose per non ferirla. dopo quell’incontro e l’intervista è stato un anno di fuoco, bisognava voltare pagina. Il resto sono tutte chiacchiere. Il libro di Calabresi è sufficiente, sono tutte cose vere e accadute, i fatti di quegli anni, gli anni di piombo”.


La calibro 7,65 che uccise il poliziotto non è l’unica che sparò quel giorno. Il venticinquenne Antonio Custra si trovava a Milano per presidiare una manifestazione indetta per protestare contro l’arresto degli avvocati di Soccorso Rosso e la morte di Giorgiana Masi avvenuta a Roma appena due giorni prima, il 12 maggio.  Negli scontri tra autonomi e polizia spuntarono a sorpresa le pistole tra le file dei primi, e fu un cambiamento radicale. La foto di Giuseppe Memeo intento a sparare in via De Amicis con entrambe le mani sulla pistola è diventata un simbolo della stagione degli anni di piombo. Soltanto dieci anni dopo da quella mattina di maggio il giudice istruttore Guido Salvini, ricostruendo la vicenda proprio dalle foto ritrovate, risalì a Ferrandi e a Walter Grecchi che compare anche lui in una foto vicino a un autonomo col passamontagna  che spara a due mani piantato in mezzo alla strada.

Incontrare Ferrandi non è stato facile, ma la vedova Custra pensa che il gesto della figlia non sia stato del tutto inutile. “Si, comunque ne valeva la pena. Si è tolta un peso, voleva vederlo in faccia. Prima covava un odio pazzesco, poi ha capito la versione dei fatti, la guerriglia di quel giorno, se n’è fatta una ragione. Quell’uomo non era sceso in piazza per ammazzare il padre, ma per colpire lo stato. Ha capito che quell’omicidio faceva purtroppo parte della storia”.

Ma questo tentativo di saldare definitivamente la memoria ridotta a frammenti sparsi nel tempo ha un prezzo che non è uguale per tutti, parenti delle vittime cioè vittime e carnefici, che restano carnefici. E c’è chi non riesce a pagarlo. Sul piano emotivo, psicologico e non solo. “L’anno scorso una scuola media di Cercola è stata intitolata ad Antonio – racconta la vedova – ho presenziato solo io perché per mia figlia è stato un periodo particolare. Anche le emozioni positive, tutte le emozioni, fanno male. Ma l’incontro con Ferrandi l’ha sconvolta psicologicamente. Ha trovato una forza come incosciente, che non era la sua vera forza, come una maschera. Ci teneva molto alla deposizione della lapide a Milano a maggio, ma per motivi di salute ha dovuto rinunciare e ci è rimasta malissimo”.

La vedova Custra non si cura delle dichiarazioni di questi giorni di Calabresi e Sofri, parole che le scivolanoaddosso, in silenzio. “Fare in questi giorni una dichiarazione non cambia la vita, né a me, né a lei. Non ci restituirebbe la vita delle persone scomparse. A me hanno tolto tutto, a lei la gioia – ci sta per congedare e l’accento napoletano, quasi auto-protettivo, si fa più marcato – non gli ho riferito nulla delle polemiche. E ci fa piacere di non cominciare a parlare un’altra volta. Le ho accennato ma preferisce di no”.

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