Riformista: la storia disonesta di Stefano Rosso

La “storia disonesta” di Stefano Rosso, due amici, una chitarra e uno spinello

Non era il 77 né il 68, ma solo il 1976 e la casa di Stefano Rosso “sembrava il parlamento, erano in 15 ma mi parevan 100”, si stava stretti tra il salotto e il corridoio e un motivo c’era, “si discuteva sui problemi dello stato, si andò a finire sull’hascish legalizzato”. E’ l’inizio di una Storia disonesta, la canzone che rese celebre Stefano Rossi alias Stefano Rosso, scomparso due giorni fa.

Cantautore romano dal tono scanzonato e ironico, mischiando folk americano e tradizione romanesca, è stato uno dei tanti passati per il Folkstudio ad alimentare le file della leggendaria scuola romana, che aveva  ottimi allievi come Gaetano, Pietrangeli, Locasciulli, De Gregori, Marini, ma nessun maestro, solo il palco del locale di Trastevere.

Stile semplice e immediato, per niente cupo o arrabbiato (anche se scrisse una canzone per l’assassinio di Giorgiana Masi), libertario e fricchettone, erre moscia e un rosso sempre addosso: foulard, collanina, bracciale, un marchio solare che gli è rimasto impresso.

Nel 1976 riuscì nell’impresa di non vedersi censurato un ritornello così esplicito come  “che bello, due amici una chitarra e uno spinello”, con cui aveva vinto persino un Telegatto. Eppure dentro quella sensazione casalinga di libertà e leggerezza, Stefano Rosso aveva infilato con garbo e ironia la storia disonesta di un padrone di casa di sinistra che preferiva il giradischi alla chitarra e buttava fuori di casa quei 15 compagni che gli sembravano troppi, con la scusa “dell’opinione e della reputazione, del ritegno e dello sdegno”, tutto per tornare a fumare da solo (con il fumo nascosto in cucina) e una donna che ci stava.

Era l’ironia di un cantautore senza zavorre ideologiche, che cantava “Valentina che su una chiappa aveva scritto Libertà”, ma anche la solitudine poi ti svegli un mattino e non ti trovi più là, per seguire il destino, mille donne e due sogni, e un po’ di libertà“(“Vado via“).

L’esordio in coppia con il fratello nel 69, poi gli spettacoli da soli tra i locali e le osterie, nel 1974 le prime canzoni concesse agli altri, a cominciare da Claudio Baglioni che alla scuola romana aveva sempre strizzato l’occhio, e poi Mia Martini. L’esordio con la RCA col singolo “Letto 26“, la degenza dal suo letto pensando alla sua Trastevere, poi i dischi con Antonio Coggio collaboratore storico di Baglioni e l’immancabile San Remo.

Scemata la popolarità, trovò persino il tempo per arruolarsi nella legione straniera, per due anni, a causa di una delusione amorosa. Poi tornò a incidere e a suonare le sue storie disoneste.

This entry was published on settembre 18, 2008 at 3:43 am. It’s filed under Senza Categoria and tagged , , , , , , , , , , , , , , . Bookmark the permalink. Follow any comments here with the RSS feed for this post.

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