Bernard Malamud
Gli Inquilini
Minimum fax
Traduzione di Floriana Bossi
euro 10

Bisogna arrendersi a questo libro. È strettamente necessario. Altrimenti si finisce per girargli intorno cercando la chiave giusta convinti che il cerchio piano si stringa mentre l’intelligenza si dedica a misurare ogni cm della nostra ammirazione. Invece no, come accade nei musei d’arte contemporanea di tutto il mondo, nelle sale più importanti, di fronte alle tele più emozionanti, c’è sempre una piccola poltrona dove sedersi. Dove potersi arrendere, combattuti e vivi, esaltati non più dall’armonia, ma da qualcos’altro. Soltanto il coraggio merita la bellezza scrive Bernard Malamud. Non l’eroismo dell’avventura, ma l’ostinazione, la ricerca di qualcosa che si sa non è né risolutiva né vittoriosa; scrivere per esempio, scrivere per non morire.

Vincerò quel cazzo di premio Nobel. Mi daranno un milione di bigliettoni in contanti” dice l’afroamericano Willie Spearmint. “Dopo di me, Willie. Io lavoro dall’età della pietra e domani è un giorno in più” gli replica l’ebreo Harry Lesser. I due scrittori occupano una fatiscente palazzina di Brooklyn destinata alla demolizione. Harry è ufficialmente sotto sfratto, rifiuta continuamente ogni agevolazione di buona uscita, con scrupolo e metodo  lavora da dieci anni (lunga disciplina con cui ha sepolto in suo genio) a un libro sull’amore, il libro deve concludersi tra quelle mura, così ha deciso. Willie che si è infilato abusivamente è il nero inquieto che sogna il riscatto sociale puntando però tutto sull’inconciliabilità, vive in una condizione divisa, tormentata e per reazione dinamica, istintiva. Willie è il nero che biasima l’America per il passato, parente stretto di James Baldwin, Ralph Ellison e del negro bianco di Mailer.

Ma la sua sanguigna autobiografia vero o fasulla che sia non trova il giusto raffreddamento nella forma. Quindi la vita per entrambi è una questione di angosce di stile, “l’arte è nel contenuto non nell’apolitica tirannia dello stile” rinfaccia Willie a Harry, certezze grazie alle quali però nessuno si sente al riparo perché la vita è più forte, il teatro dei due nuovi inquilini è fatto di rivalità e gelosie, sprazzi di incredibile solidarietà, diffidenze radicali persino razziali così come egoismi famelici, tanto che Harry fotte a Willie la donna, l’emblema di quel magma che non trova forma,  mentre Willie gli distrugge il manoscritto, il frutto di dieci anni di una fatica devota solo ad asciugare, togliere, stilizzare. Ma persino di fronte a una donna contesa, il dovere è di assecondare il proprio talento, il libro innanzitutto, scrivere per non morire.

Malamud si muove tra le angosce altrui e le proprie con uno stile che ricorda molto lo sguardo irrequieto di John Cassavetes e la scrittura  sghemba di Anthony Burgess (anche lui tradotto da Floriana Bossi). E con gli Inquilini mette a segno il suo secondo capolavoro dopo il Commesso.