Sergej Dovlatov, Il libro invisibile, Sellerio, pp. 184, euro 10

Chi l’ha detto che per essere russi bisogna pagare ancora dazio al demoniaco abissale angosciato dell’eredità dostoveskiana? E che il libro invisibile sia solo quello postmoderno che è fatto di impalcature teoriche e divagazioni di ogni tipo? Di libri invisibili Sergej Dovlatov fu costretto a metterne da parte molti, per il semplice fatto che non poterono mai essere pubblicati nella sua URSS, per i suoi lettori, nella sua amata lingua, ma soltanto in America.

Laureato ‘scrittore’ da Brodskij e accolto come un promettente talento da Vonnegut, giornalista indisciplinato di provincia, cacciato dall’università per lo stesso motivo, poteva un formidabile bevitore di vodka (morto a soli 49 anni) ricalcare le orme apocalittiche del dissidente Solženitsin?

Per Sereza fu sufficientemente drammatico l’esilio, la notizia più tragica dopo “la morte di Anna Karenina”. La letteratura è la mia vita, scriveva Dovlatov, e in questo senso -come racconta Mauro Martini- è stato l’ultimo scrittore sovietico prima del neocapitalismo, quando ancora la letteratura aveva un ruolo fondamentale nella cultura russa.

Vocazione, ambizione, venerazione per l’opera scritta, leggo quindi sono, nel bene e soprattutto nel male: per Dovlatov questo si traduceva con molta naturalezza e bonarietà nel sacro rispetto di Puskin, patria portatile dei russi, nel mito delle poesie di Brodskij e per rovescio nell’invidia e la mediocrità dei colleghi fino al conformismo della propaganda, la lingua della parola al potere.

In America Dovlatov ci arrivò nel 1978 da solo e con una valigia, unico bagaglio che l’Urss concedeva di portar fuori. Un anno prima era arrivato il microfilm del Libro Invisibile, ottavo testo pubblicato da Sellerio che resiste alle lusinghe di  Einaudi e Adelphi. E’ la cronaca autobiografica della sua fallimentare carriera letteraria fatta di rimandi, rifiuti e censure. “Uno scrittore non può abbandonare la sua attività. Questo lo porta inevitabilmente a una distorsione della sua personalità. Ecco perché penso a Gubin con trepidazione e speranza”. Ed è al mondo degli scrittori come Gubin, convertiti a funzionari della centrale del gas (e viceversa) che Dovlatov è sodale, allo sgangherato impero di personaggi crudeli, saggi, pazzi e generosi  che popolano il caos sovietico.

Anche qui Dovlatov rovescia le cuciture di un destino amaro sempre in primo piano, con una prosa levigata, colloquiale e controllata, pura e ordinaria nello spazio di una riga. Tutt’altro che letteratura invisibile.